sabato 20 novembre 2010

THE SOCIAL NETWORK (USA, 2010) di David Fincher


The Social Network parte subito: non si fa in tempo a spegnere le luci in sala che il film ha smania di inziare, si sentono i primi dialoghi quando ancora vediamo sullo schermo il logo della Columbia Pictures. Dialoghi serrati, ritmo frenetico, montaggio vorticoso. L'ultimo film di David Fincher è lo specchio più fedele del mondo in cui viviamo, dove tutto va veloce senza darti la possibilità di ragionare, e dove il capitalismo 2.0 non ti lascia altra strada se non quella di inseguire a perdifiato le mode del momento, pena l'esclusione dalla vita sociale. E non poteva essere che così un film che racconta in prima persona quello che è il fenomeno dei fenomeni, l'invenzione più influente di questo inizio di secolo.


Ma attenzione: The Social Network non è SOLO un film su Facebook. E' qualcosa di molto più grande, più importante: è un lucido e spietato ritratto della società contemporanea, analizzata prendendo a pretesto una storia dove sono presenti tutti i (non)valori che la caratterizzano: i soldi in primis, ma anche l'invidia, l'arrivismo, la superficialità dei rapporti, l'egoismo e l'individualismo esasperato di chi è disposto a rinunciare a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, senza guardare in faccia a nessuno. E, soprattutto, l'insensatezza di un mondo che permette ad un ragazzino complessato, brutto e antipatico (ma innegabilmente geniale) di diventare miliardario vendendo... il nulla.

Proprio così, il nulla. Il nulla più assoluto. Fincher ci racconta che Facebook è nato per una ripicca adolescenziale, un 'due di picche' dato da una studentessa molto carina al ragazzino 'nerd' di cui sopra. Non sappiamo se sia andata veramente così, ma non ha importanza. Quello che conta sono le conseguenze di questa invenzione: Facebook ha conquistato in poco tempo mezzo miliardo di utenti approfittando del vuoto pneumatico di valori di questa società. Ci si registra, si stringono decine, spesso centinaia di 'amicizie' virtuali con persone che nemmeno si conoscono illudendoci di poter scacciare la solitudine o instaurare nuovi rapporti. E invece proprio Facebook è di per sè una gigantesca illusione, quella che ti fa credere non solo di poter 'socializzare' attraverso la tastiera di un computer, ma anche che sia più facile farlo, col rischio (purtroppo ben reale) di attribuire alle relazioni 'virtuali' la stessa importanza di quelle reali. Esattamente come succede al suo 'creatore', che nella scena finale del film (la più disperata e malinconica) cerca di convincersi che basterà un 'click' di mouse per riconquistare la persona amata...


Tuttavia, The Social Network non è un pamphlet contro Facebook, non sarebbe una cosa seria. E' invece un film che pone domande, che si interroga su chi siano i 'buoni' e i 'cattivi' nell'era del digitale. Mark Zuckerberg, il 'miliardario per caso' protagonista della storia ispira, a seconda dei momenti, tenerezza, rabbia e compassione. E' nello stesso tempo arrogante e ingenuo, antipatico e disgraziato, ricchissimo eppure solo. Rappresenta fedelemente l'immagine di una società civile disorientata, che cerca in tutti i modi disperatamente di farsi sentire, di uscire dal guscio, di stringere contatti con più persone possibile e, paradossalmente, che tende a isolarsi ancora di più a causa della superficialità di questi rapporti.

David Fincher firma con The Social Network il suo film più bello, il vero capolavoro di inizio millennio. Una pellicola durissima, solida, splendidamente 'classica', secondo lo schema dei grandi film americani d'inchiesta, che fa trasparire tutto il pessimismo e la cupa visione del mondo di un regista sempre coerente con le sue idee: ma se in Seven, Fight Club, e perfino in Benjamin Button (film apparentemente 'buonista' ma in relatà ben più complesso di quello che sembra) esisteva sempre una porta aperta verso la speranza, o quantomeno un invito alla 'resistenza', The Social Network è un film di una tristezza infinita, sul disperato bisogno di accettazione che ognuno di noi ha nel nostro intimo, e che non trova risposte in un mondo dominato dall'apparenza.

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