domenica 31 gennaio 2010

AVATAR (USA, 2009) di James Cameron


Ricordo bene che nel 1998 la rivista "Cineforum" (della quale sono fedele abbonato) dedicò l'intero numero di gennaio a Titanic, il kolossal di James Cameron che stava stracciando ogni record d'incasso: e ricordo bene che il servizio principale, l'articolo di fondo di quel numero, si chiamava "La tecnica e il cuore", riferito ovviamente alla capacità del regista di aver saputo unire (con ottimi risultati) tecnologia e sentimento. Insomma, Titanic funzionava non solo per i mirabilanti effetti speciali dell'epoca, ma soprattutto per la storia che raccontava: una storia semplice, assoluta, universale, che scaldava i cuori e riempiva i fazzoletti ad ogni latitudine... si potrebbe stare ore a disquisire se tutto questo fosse più o meno "kitsch", ma una cosa è certa: Titanic ebbe quel successo clamoroso perchè "scaldò"i cuori romantici di milioni di spettatori, che si ritrovarono inconsapevolmente sul ponte di quella nave insieme a Jack e Rose...
Dodici anni dopo la storia (sembra) ripetersi. Cameron è un regista "smisurato", che trova la sua dimensione autentica nei film "bigger then life", un megalomane dalla faccia simpatica che pare essere rimasto ormai l'ultimo epigono dell'epopea degli "esagerati", un DeMille o un Von Stroheim dei giorni nostri, tanto per capirci.

E anche Avatar, come Titanic, è un film immenso, smisurato. Lo è in tutto: nella costruzione, nella realizzazione, nella direzione, nella promozione... una colossale operazione di marketing che lo ha già portato (dati alla mano) ad essere, contemporaneamente, il film più costoso e remunerativo della storia del cinema: si parla di oltre due milardi di euro incassati in ogni angolo della Terra, a fronte dei 400 milioni spesi per girarlo. E siamo appena all'inizio...
Di fronte a numeri come questi, ci si sente piccini piccini a parlare "solo" di cinema, a scrivere semplicemente una recensione: Avatar è una ciclopica operazione commerciale, pensato, programmato e realizzato per fare tanti soldi nel modo più veloce possibile. Tutto il resto passa in secondo piano, è quasi inutile parlare del film perchè, paradossalmente, il giudizio del pubblico è quello che meno importa: si va al cinema a vedere Avatar perchè TUTTI lo vanno a vedere, per non essere tagliati fuori da spunti di discussione o socializzazione, perchè è il fenomeno del momento, come un vestito alla moda o un genere musicale... un po' come quando fanno vedere in tv la "prima" della Scala, dove il 90% degli spettatori è lì solo perchè "bisogna esserci", indipendentemente da quello che c'è sul palco.

Ma Avatar è un bel film? Assolutamente no. Nel modo più assoluto. E badate bene, non lo dico per snobismo o per partito preso: chi scrive ha amato alla follia altre opere faraoniche e iper-tecnologiche, come ad esempio "Il Signore degli Anelli", che univano al loro gigantismo anche uno straordinario coinvolgimento emotivo e intellettuale. Lo dico perchè alla resa dei fatti, dopo 160 minuti di straordinari e fantasiosi effetti speciali in 3D, quello che resta è davvero troppo poco... insomma, a fronte di tanta "tecnica", di "cuore" ce n'è pochino pochino. Avatar non emoziona mai, non scalda i cuori, non fa riempire i fazzoletti e, nel contempo, ti fa fare pure qualche sbadiglio: troppo didascalico nella prima parte (dove ti viene spiegato proprio tutto, cosa gravissima perchè azzera quel poco di pathos e sorpresa che avrebbe potuto esserci) e davvero banale nel proseguimento della storia: una trama scontata, trita e già rivista. Sembra di assistere ad una via di mezzo tra "Balla coi lupi" e "Pochaontas", dove si sa già tutto prima di arrivare alla fine. Una sceneggiatura (scritta dallo stesso Cameron) talmente patta da sembrare uno scopiazzamento di almeno una decina di pellicole (vedi post sotto), e che non coinvolge mai lo spettatore poichè questo sa già cosa lo aspetta... per non parlare poi dei messaggi "alti e nobili" che questo film vorrebbe lanciare (il rifiuto dei totalitarismi, la morale ecologista, la tolleranza e convivenza tra i popoli) ma che vengono banalizzati da una retorica buonista per certi versi stucchevole.

Ma, come dicevo prima, chi se ne importa? La gente si riversa a fiumi nelle sale, inforca gli occhialetti rossi e blu, sgranocchia pocorn e si diverte con le scorribande in 3D di Jake e della bella Neytiri. Piace? Non piace? Boh, tanto non è questo l'importante... a testimonianza che il pubblico ha ormai perso ogni capacità di giudizio critico e personale (e tra il pubblico, per non essere snob, mi ci metto anche io che sono comunque corso a vederlo). E' la dimostrazione di un assioma ormai consolidato: la gente va a vedere quello che gli si dice di vedere, bombardata dal marketing e dalla pubblicità. Ed è pure contenta. Questo è un dato di fatto.
E, per dirla alla Califano, tutto il resto è noia.
VOTO: * *

Il 3D ci salverà?


Sì, lo ammetto. Mi sono divertito come un bambino! Ho visto il mio primo film in 3D e già dopo aver inforcato gli occhialetti mi pareva di essere come Alice nel Paese delle Meraviglie (chissà che cosa ne tirerà fuori Burton, ma questa è un'altra storia...). Insomma, il 3D è una "figata pazzesca", c'è poco da fare!! Ammetto anche che, non essendo ormai più giovanissimo e quindi non troppo smaliziato, ero molto scettico su questa tecnologia: la consideravo un fenomeno da baraccone e niente più. Invece devo dire che è spettacolare, oltre ogni immaginazione: ti sembra di essere "dentro" lo schermo, in mezzo ai personaggi, ti sembra di essere catapultato (ma va?) proprio... in un'altra dimensione! E tutto ciò risveglia dentro di te istinti primordiali, un po' come, più di un secolo fa, accadde agli spettatori che assistettero alla leggendaria prima proiezione pubblica dei fratelli "Lumère", che fuggirono spaventati nel vedere il treno che arrivava a grande velocità verso di loro...

E' inutile fare i puristi, storcere il naso di fronte all'ennesima rivoluzione. Sarebbe un comportamento stupido e donchisciottesco mettersi contro la tecnologia, che è inarrestabile e da cui non si può prescindere: negli anni '30 Chaplin fu spiazzato dall'avvento del cinema sonoro, e giurò che non avrebbe mai girato un film parlato in vita sua. Poi sappiamo com'è andata. La stessa cosa accadde quando si passò dal bianco e nero al colore: c'era chi diceva che il colore avrebbe portato solo frivolezza e superficialità, distogliendo lo spettatore da una sincera valutazione critica del film che stava guardando. Le stesse accuse vengono rivolte oggi al 3D.

E certamente, anche stavolta, tutto passerà in secondo piano non appena ci saremo abituati a questa nuova tecnologia. E dovremo farlo alla svelta, perchè ormai il progresso è sempre più veloce e sempre più sorprendente, e chissà cosa ci dovremo aspettare dalla "quarta rivoluzone"...

Ma per ora limitiamoci al 3D. Che, come detto, di sicuro non migliorerà la qualità dei film: se una pellcola è brutta rimarrà brutta anche in tre dimensioni, c'è poco da fare. Ho detto che mi sono divertito un mondo vedendo "Avatar", ma questo non significa che mi sia piaciuto: in realtà il film di Cameron è banale e deludente, in qualunque modo lo si guardi. E potete star certi che, passata l'iniziale overdose di sorpresa e curiosità, tutto tornerà come prima una volta che ci saremo abituati agli occhialetti: se il film non è ben scritto, recitato e diretto, la tecnologia non potrà fare miracoli... almeno fino al giorno che non riusciremo a "costruire" attori "virtuali" e (magari) più bravi di quelli in carne ed ossa!

Tornando seri, c'è semmai un altro aspetto, ben più importante, che riguarda l'uso e la funzione del 3D: quello di riportare la gente nelle sale. Sappiamo che il cinema, in ogni latitudine, sta subendo ormai da anni un'emorragia di spettatori apparentemente inarrestabile. I motivi sono noti a tutti: l'avvento dell'home-video, la pirateria, la disaffezione dei giovani alla socialità, la crisi economica mondiale... ci si augura che questa ventata di aria nuova possa di nuovo coinvolgere il grande pubblico e riportarlo davanti al grande schermo. Non sono ottimista in questo. Per riportare la gente in sala bisognerebbe innanzitutto "educarla" dal punto di vista culturale: far capire ai ragazzi che vedere un film davanti allo schermo del computer non è la stessa cosa che al cinema, far comprendere il valore e i benefici di una visione "collettiva" dei film, non trascurando l'aspetto socializzante della settima arte. Mi pare, purtroppo, vedendo quello che succede oggi nelle scuole e constatando l'atroce imbarbarimento culturale delle nuove generazioni, che si stia andando nella direzione opposta.

Spero di sbagliarmi.

sabato 30 gennaio 2010

eppurequestol'hogiavisto... le "citazioni" di AVATAR

  1. Balla coi lupi. La citazione più evidente e grossolana: la trama di Avatar è davvero troppo simile a quella del film di Costner per non pensare che Cameron non ne abbia tratto spunto...
  2. Il mondo dei replicanti. La pellicola con Bruce Willis parla di "surrogati" (che è anche il titolo originale), ma il concetto è pressochè identico: corpi inanimati che prendono vita attraverso gli impulsi del cervello umano, che se ne sta a debita distanza dentro l'involucro "originale"... Non sapremo mai chi dei due ha copiato l'altro, però lasciateci dire che il film di Mostow, seppure girato con quattro soldi, è molto più incisivo e stratificato.
  3. Pocahontas. Ogni riferimento tra la sfortunata principessa caraibica e la bella Neytiri non è puramente casuale...
  4. Flash Gordon. Un film-giocattolone del 1980 con Ornella Muti e Max Von Sydow. Avatar ne riprende (più di quanto sembri) la morale "ecologista", nonchè le ambiantazioni e le scenografie.
  5. Il Signore degli Anelli. Dal Kolosal-capolavoro di Peter Jackson, Avatar "ruba" il messaggio di tolleranza e di unione tra i popoli. E certe scene di volo, la battaglia finale, la tesi del monarca buono che perde la vita in guerra e lascia alla figlia un regno in fiamme, che dovrà riconquistare...
  6. Rambo. Il generale palestrato, inetto e guerrafondaio che avanza incurante del dolore e della ragione nella infida foresta di Pandora ci ricorda molto il Richard Crenna del primo "Rambo". O almeno così mi è parso. Solo suggestione?
  7. Apocalypse now. L'unica citazione "ufficiale" e riconosciuta. Ma quanto banale! L'astronave che si chiama "Valkyria" e avanza in mezzo al fuoco e alle bombe (sic!)

mercoledì 20 gennaio 2010

Golden globes 2010

E così anche quest'anno siamo arrivati ai Golden Globes. Appuntamento importante e irrinuncabile per tutti gli appassionati di cinema, visto che questi premi sono praticamente "l'anticamera" degli Oscar.
Purtroppo, però, non posso pronunciarmi sui risultati perchè... mai come quest'anno l'assurda e sistematica occupazione delle nostre sale da parte dei famigerati "cinepanettoni" ha finito per rimandare le uscite di tutti i film più attesi, e che si sono aggiudicati le ambite statuette. E, non avendoli visti, non posso certo commentare. Mi riprometto di ritornare presto sull'argomento, magari tra un paio di settimane, quando verranno annunciate le nomination agli Oscar e quando (spero) avrò avuto modo di vederne il più possibile. Assurdità del calendario: abbiamo passato un natale con tre-film-tre che monopolizzavano il 90% dei cinema, e ora in questi weekend escono più film che macchine sulla tangenziale di Milano nell'ora di punta... il problema è che anche adesso c'è UNA (e sottolineo, UNA) sola pellicola che occupa 700 sale in tutto lo stivale: inutile che vi dica qual è... e vi dico pure che su tale pellicola, appena riuscirò ad entrare al cinema senza fare a cazzotti e vederla in modo decente, dedicherò molto spazio. Non è una minaccia!!
Intanto, se volete, eccovi i vincitori dei Globes:
http://amosgitai.blogspot.com/2010/01/golden-globe-2010-i-vincitori.html

domenica 17 gennaio 2010

LA PRIMA COSA BELLA (Italia, 2010) di Paolo Virzì

Avviso ai naviganti: a scanso di equivoci, diciamo subito che questa recensione è stata scritta più con la pancia che col cervello... ne consegue che tutto quello che leggerete è fortemente influenzato dal mio stato d'animo, dal mio personale momento, dal mio carattere, dalla mia emotività. Questo per far capire (semmai ce ne fosse il bisogno) che tra i miei mestieri futuri (ah, ah!) non ci sarà di sicuro quello di critico cinematografico.
Sì, perchè i critici "veri" al momento di scrivere una recensione "devono" essere obiettivi prima di tutto con se stessi, non lasciarsi trasportare dalle emozioni, mantenere la razionalità e la capacità di giudizio, con lucidità e chiarezza.
Io però non sono fatto così. Io i film li giudico in base a quello che mi fanno sentire "dentro", in base al trasporto che mi provocano, al modo in cui mi arrivano al cuore: preferisco i film "sbagliati" ma emozionanti piuttosto che quelli "perfetti" ma disonesti verso chi li guarda.

E, in base a quanto detto, vi dico subito che l'ultimo Virzì non mi è piaciuto. Per niente.
Non mi è piaciuto perchè per quanto sia girato splendidamente, per quanto sia la miglior prova del suo regista da Ovosodo a questa parte, per quanto lo stesso regista non sia mai stato così bravo nel dirigere una storia corale, umanissima, complessa e sfaccettata (come la vita vera, del resto), trovo La prima cosa bella un film terribilmente ruffiano e buonista, ipocrita, una pellicola che ha come unico scopo quello di colpire basso chi lo guarda, costringendolo a commuoversi, a convincersi (mai convinzione fu più sbagliata!) che la vita è bella davvero.

E invece no. Malgrado quello che vuole farci credere Virzì, la vita non è affatto bella, o quantomeno non lo è per tutti. E non bastano certo le facce pulite e telegeniche di Micaela Ramazzotti o Claudia Pandolfi a convincerci del contrario. E nemmeno le atmosfere "classiche" e poetiche stile anni '70, oppure quel retrogusto di tenero "deja-vu" che permea tutto il film. Della serie "quanto era bello quando si era giovani", malgrado tutte le difficoltà e le avversità passate.

Da Virzì, una volta cineasta graffiante e goliardico, come tutti i livornesi, davvero non mi aspettavo un così scontato "inno alla famiglia", al "volemose bene", al "bene che vince su tutto". Forse hanno influito non poco la propria attuale (felicissima) situazione sentimentale, la nascita del figlio, la voglia di gridare al mondo tutto il proprio amore e la propria felicità. Ma a noi, che non siamo così ingenui nè sprovveduti, interessa soprattutto rivedere il Vero Virzì: speriamo che non si sia smarrito nella cameretta del suo pargolo...
VOTO: * *

BUIO IN SALA (ovvero: sale che chiudono, è solo colpa della crisi?)


No, tranquilli! Non è l'ennesimo "coccodrillo" sul tema delle sale che chiudono. Argomento che tutti i cinefili dibattono, per poi rifugiarsi sempre nella nostalgia e nell'amarcord di "come era bello il cinema di una volta". Si sa perchè le sale chiudono: perchè le famiglie non hanno più molti soldi da dedicare all'intrattenimento, perchè ci sono i dvd, perchè c'è la pirateria, perchè ci sono i multiplex, perchè soprattutto è cambiato il modo di fruire il cinema... può piacere o non piacere, ma è così. Amen.
Ieri, però, sulla cronaca locale de "La Nazione" ho letto un articolo interessante: si parlava delle sale cinematografiche di Siena e provincia, e il reportage si concludeva con un dato apparentemente sorprendente: mentre a Siena, come un po' in tutta Italia, gli spettatori sono in costante calo, a Poggibonsi (il paese dove vivo) il numero di coloro che pagano il biglietto per godersi un film è, da qualche anno, in costante aumento... addirittura ormai il numero degli spettatori poggibonsesi ha praticamente raggiunto quelli del capoluogo, pur contando il mio paesello circa della metà degli abitanti (28.000 contro 54.000). Dove sta il "trucco"?

La risposta è semplice, e non è un segreto per nessuno: a Poggibonsi si è investito sul cinema. Si è costruito un nuovo teatro di 600 posti, dotato di tutte le innovazioni tecnologiche presenti oggi sul mercato (proiezioni in digitale, 3D, impianto audio di ultima generazione), alla quale è stata affiancata una sala minore (ma con gli stessi comfort) per i film più di nicchia. Si è provveduto, inoltre, a ristrutturare le altre due sale cittadine per adeguarle agli standard moderni, così da avere oggi un totale di cinque schermi di livello più che soddisfacente per fruire in modo ottimale la visione dei film. E' stata una scelta coraggiosa (visti i tempi che corrono) ma indovinata: a dimostrazione che investendo sulla qualità del servizio offerto si possono raggiungere risultati clamorosi: non so quante altre città delle stesse dimensioni di Poggibonsi possono contare oggi su cinque schermi di ottima qualità e una platea annuale di circa 110.000 spetatori...

A Siena, invece, città artisticamente stupenda ma storicamente chiusa e refrattaria verso tutto quello che viene da fuori (questa è l'indole dei suoi abitanti), è successo esattamente l'opposto: nessuno se l'è sentita di investire nei cinema, contando (erroneamente) sul fatto che il senese-medio è una persona che difficilmente esce dalle mura della propria città, è legato alle proprie tradizioni, alle contrade, alla propria appartenenza... fattostà che oggi le sale senesi sono obsolete, scomode, fatiscenti, brutte. L'ultima volta che sono andato a vedere un film a Siena (ometto il nome del cinema per amor di patria) c'era una parte del foyer transennata col filo rosso e bianco dei lavori in corso... Per questo non bisogna stupirsi dello svuotamento e della crisi delle sale della città del Palio: per quanto diffidente, anche un abitante di Siena, appassionato di cinema, è disposto a farsi 20 minuti d'auto per godersi un film come si deve in provincia. E infatti, specialmente nei weekend, le sale poggibonsesi catalizzano molti spettatori provenienti dai dintorni e sono sempre strapiene (non avrei mai immaginato il pienone per "Io, loro e Lara").

Questo per rispondere a tutti coloro che si lamentano delle sale che chiudono i battenti, della concorrenza spietata, del'invasione dei multisala, ecc... Il segreto per sopravvivere c'è, èd quello di Pulcinella: investire in qualità e servizi e diversificare il proprio prodotto da quello della concorrenza. Sbaglio, o queste parole possono andar bene per qulsiasi tipo di impresa?

domenica 10 gennaio 2010

IL MONDO DEI REPLICANTI (USA, 2009) di Jonatan Mostow


"Surrogates" recita il titolo originale, come al solito ben più incisivo e significativo di quello italiano: surrogati, come i milioni di robot dalle sembianze umanoidi che scorrazzano in giro per il pianeta telecomandati dai loro proprietari (gli uomini in carne ed ossa) che se ne stanno belli comodi sdraiati nelle loro poltrone, senza mai uscire di casa, senza mai avere contatti con l'esterno nè con i loro simili. Questa è la società del futuro, secondo il regista Jonathan Mostow: un mondo dove ogni attività, ogni mossa, ogni "contatto" è demandato alle macchine, il cui aspetto fisico esteriore è scelto dal proprietario, che può farsi il proprio "surrogato" a sua immagine e somiglianza, anzi, pure un po' meglio...
I surrogati, infatti, sono tutti bellissimi: quelli femminili alti, slanciati, con tutte le curve al posto giusto e senza un filo di cellulite. Analogamente quelli maschili sono atletici, palestrati e pieni di muscoli. Normale: ognuno cerca di apparire più bello di quello che è, specialmente se gli "originali" non si fanno mai vedere e rifuggono ogni contatto tra di loro, e quelli che girano in strada non sono altro che i loro "rappresentanti". Ovvio che in una società simile non possano esistere nè guerre, nè criminalità, nè spargimenti di sangue: ad appianare ogni controversia pensano i surrogati, che possono essere presi a pugni, fucilati, bruciati o fatti a pezzi, ma pur sempre riparati. Non si parla quindi di omicidio ma di semplice "incidente". Un giorno, però, accada qualcosa di strano: alcuni surrogati vengono "disattivati" con la violenza e resi inutilizzabili. Niente di che stupirsi, salvo che stavolta a farne le spese sono, contemporaneamente, anche i loro "proprietari" umani...
E' davvero un gran bel film questo di Jonatan Mostow, che prosegue quella che si sta rivelando davvero un'annata d'oro per la fantascienza: abbiamo cominciato con l'impegnato e "progressista" District 9 di Bloomkamp, per passare all'intenso e cerebrale Moon di Duncan Jones. E Surrogates non è da meno: all'apparenza si tratta di un bel B-Movie tutto azione e spionaggio (e già questo non è poco: il film funziona benissimo e diverte), ma in realtà ci accorgiamo ben presto che, come tutte le più importanti pellicole del genere, anche questa ha un secondo livello di lettura molto profondo e complesso, che chiama direttamente in causa la natura stessa dell'essere "uomo".
Potrà mai riuscire l'"uomo" ad accettare se stesso? Potrà mai accettare il proprio aspetto fisico, il proprio carattere, i propri difetti (o almeno quelli che lui ritiene tali), senza sforzarsi di voler apparire per forza "migliore" di quello che è?
Potrà mai l'uomo riuscire a convivere con se stesso e le proprie paure, rifuggendo quella che è ormai diventata (nel film ma anche nella realtà) la cultura dell'apparenza? Surrogates sembra volerci dire che ciò che conta è quello che siamo dentro, non quello che vorremmo essere.
Una bella lezione di vita. Niente male per essere, all'apparenza, solo un film con Bruce Willis...
VOTO: * * * *

sabato 9 gennaio 2010

Quelli che...


Quelli che le partite erano tutte di domenica...
Quelli che andavano al bar a sentire la partita per radio...
Quelli che restavano nella loro cameretta, accendevano la radiolina e chiudevano gli occhi (io...)
Quelli che facevano finta di non interessarsi e si rodevano dentro perchè l'Inter perdeva...
Quelli che per anni credevano che Ameri fosse filojuventino e di nome si chamasse "Scusa.."
Quelli che "il cielo è blu come gli occhi di Ornella Muti", come diceva Sandro Ciotti...
Quelli che immaginavano i gol attraverso la radio...
Quelli che raccontavano le partite come battaglie all'ultimo sangue...Quelli che si portavano la radio anche il giorno della comunione... (un mio amico, giuro!)
Quelli che maledivano Ezio Luzzi, che annunciava il gol della Cavese e interrompeva Inter-Juve...
Quelli che il 5 maggio 2002 ero in treno, ascoltavo la radio e non ci credevo...
Quelli che hanno Sky, Premium, tv full-hd, dolby surround, ma la radio è un'altra cosa...
Quelli che da cinquant'anni ci raccontano il calcio, come lo vogliamo noi...
Quelli che ringraziamo per esserci da cinquant'anni e ringrazieremo per i prossimi 50...
Quelli che, commuovendosi, fanno gli auguri
a "Tutto il calcio minuto per minuto "


mercoledì 6 gennaio 2010

IO, LORO E LARA (Italia, 2010) di Carlo Verdone


Finalmente una commedia che fa ridere! No, non sono impazzito, nè ho scoperto l'acqua calda. E' solo il "grido di libertà" di un cinefilo che, nel consueto desolante panorama di pellicole natalizie che vorrebbero far ridere, ma che sono oggettivamente deprimenti (ogni riferimento a cinepanettoni e pieraccionate varie non è puramente casuale), riesce per una volta ad uscire dal cinema soddisfatto per quello che ha visto, vale a dire un film gradevole, garbato, non stupido, non becero, e che raggiunge il suo scopo: quello di far trascorrere allo spettatore due ore in piena serenità, riuscendogli anche a strappare più di un sorriso.

Carlo Verdone un paio d'anni fa aveva fatto una promessa: faccio un "regalo" ai miei fan, propinandogli per l'ultima volta una pellicola a loro esclusivo uso e consumo (questo era Grande, grosso e Verdone) e poi mi metto a (ri)fare i film che meglio mi riescono, cioè quelle commedie "malin-comiche" che hanno sempre rappresentato i punti più alti del suo cinema. E con Io, loro e Lara il regista romano torna a ottimi livelli, su quelli di Compagni di scuola o Maledetto il giorno che ti ho incontrato, tanto per capirci.

La trama, bisogna dirlo, non è originalissima: Carlo Mascolo è un prete-missionario (in Africa) che si prende un periodo di aspettativa dovuto ad una crisi personale, e decide quindi di tornare a Roma, dalla sua famiglia, per riordinare le idee. Solo che, dopo tanti anni di lontananza, si accorgerà che le cose sono molto cambiate rispetto a prima, e non esattamente in meglio... Non occorre certo essere cinefili incalliti per ravvisare una certa rassomiglianza con La Messa è finita di Nanni Moretti, ma sarebbe anche ingiusto fare raffronti (ingenerosi) tra i due film. E' evidente che Verdone non volesse certo girare un'opera introspettiva e personale come quella del suo concittadino: Mascolo non è Michele Apicella, e Io, loro e Lara non è nè un film-testamento nè un trattato di sociologia. Questo solo per dire che si può trarre spunto da un soggetto simile per svilupparlo in modi molto diversi (ricordate Melinda & Melinda di Woody Allen?).

Il film, come detto, fa ridere e parecchio: Verdone (per fortuna!) si ricorda di essere oltre che un regista anche uno dei migliori comici della sua generazione, e dà il suo meglio nel vasto campionario di espressioni, movenze e gestualità che lo rendono irresistibile (quando vuole): è uno di quelli che riescono far a divertire solo con la propria faccia, e non è poco... la sua è comicità fisica, forse poco elegante ma sicuramente molto amata dal pubblico, e certamente non volgare. Altro merito che gli va riconosciuto è quello di sapersi sempre circondare da un cast di ottimi comprimari: Laura Chiatti è perfetta nel suo ruolo, mentre è un piacere veder recitare attori del calibro di Anna Bonaiuto, Angela Finocchiaro e Marco Giallini (una rivelazione), che spesso e volentieri rubano la scena al buon Carlo.

Come dire: per far ridere non c'è bisogno di spremersi le meningi in modo incontrollato... oppure far tristemente leva sulla trivialità pecoreccia dei vari "Natale a...", così come è sbagliato sostenere che la comicità di Verdone è troppo "romanesca" per essere apprezzata in tutto lo stivale. Lo stesso discorso andrebbe fatto per Benigni, Salemme, Albanese, Teocoli e chissà quanti altri ancora... ma il discorso ci porterebbe troppo lontano!
VOTO: * * * *

domenica 3 gennaio 2010

Verso l'Oscar...


Con l'inizio del nuovo anno comincia come da tradizione la rincorsa verso gli Oscar. Avremo modo di parlare più avanti e in modo più esauriente dell'argomento, ma quanto sto leggendo in questi giorni sui giornali mi inquieta un po'...
Di solito è in questo periodo dell'anno che escono i "colossi" in grado di portarsi a casa le preziose statuette: stanno infatti per arrivare l'attesissimo Avatar di James Cameron, seguito a ruota da Nine di Rob Marshall, Tra le nuvole di Jason Reitman, Invictus del grande Clint Eastwood, A single man di Tom Ford, e così via. La cosa che stupisce, invece, è leggere che secondo i critici americani la pellicola favorita per il miglior film dell'anno potrebbe essere addirittura The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, gia passato più di un anno fa (!) alla Mostra del Cinema di Venezia, completamente ignorato in Italia e approdato solo ora (ma con grandissimo successo) nelle sale americane. La sorpresa però è relativa: The Hurt Locker è un grandissimo film, adrenalinico, spiazzante, disturbante, coinvolgente. La regia della Bigelow è muscolare e coraggiosa, il lavoro di montaggio assolutamente straordinario, così come la bravura degli interpreti.
Che cosa c'è che non va, allora?

Beh, non mi convince affatto il messaggio di questo film. Per quanto bello stilisticamente, trovo che The Hurt Locker sia un film tanto inaccettabile nei contenuti quanto pericoloso per i suoi risvolti sociali. La Bigelow è convinta (in buona fede, non lo metto in dubbio) di aver girato una pellicola anti-militarista, contro tutte le guerre, raccontando la vita di uno sminatore di professione che non riesce a staccarsi neppure per un istante dal proprio lavoro, sacrificando anche famiglia e affetti, avvalorando la tesi di chi sostiene che "la guerra crea dipendenza in chi la pratica". In realtà però, il film non condanna affatto la guerra, anzi: la esalta e la glorifica come unico scopo di vita per talune persone, mostrando il coraggio e il sangue freddo dei prodi soldati americani, impegnati a combattere una guerra "giusta" sul fronte iracheno... insomma, per quanto la pellicola sia di pregevole fattura, il contenuto non si discosta molto da quello di altre opere propagandistiche e guerrafondaie quali Rambo o Black Hawk Down, tanto per capirci.

Questo dimostra che la visione totaltaria e padronale del mondo non è soltanto prerogativa dei governi a stelle e strisce, ma è insita anche nel cuore dei cittadini americani stessi: e non date retta a chi sostiene che ormai la maggioranza della popolazione statunitense è contro gli interventi militari in Iraq, Afghanistan e chissà quanti altri paesi ancora... In realtà la gente è contraria a proseguire l'intervento armato a causa dell'altissimo prezzo pagato in termini di vittime di guerra, ma nessun cittadino americano sosterrà MAI che quelle guerre sono ingiuste, sostenendo consapevolmente che i propri soldati sono davvero portatori di pace e democrazia (anche se non espresamente richiesta, scusate il sarcasmo...).

Per questo dico che The Hurt Locker è un gran film sbagliato: è una pellicola parziale e ingiusta, dalla morale inaccettabile e assolutamente non nuova, che rischia di infondere profondi dis-valori in chi la apprezza, magari in buona fede, a cominciare dalla sua regista.

MOON (G.B., 2009) di Duncan Jones


Lo ammetto, anch'io ero prevenuto: un film di fantascienza girato dal figlio di David Bowie (ehm...) : c'erano tutti i presupposti per assistere a qualcosa di inguardabile e invece... ecco la sorpresa! Moon è un signor film, accattivante, nostalgico e complesso allo stesso momento. Certo, viene facile col senno di poi ammettere che "non poteva essere che così" (scherzo!) considerata la genialità di famiglia, ma vi assicuro che in questo piccolo film indipendente e girato con pochissimi mezzi troverete una tale vastità di argomenti e spunti di riflessione che una sola visione non vi basterà. Garantito.

Moon è un film di fantascienza che rievoca i tempi "eroici" del genere, vale a dire qualli degli anni '60-'70, dove con pochissimi effetti speciali, scenografie minimali e una buone dose di inventiva e immaginazione si costruivano pellicole "concettuali" e riflessive, che portavano a stupire lo spettatore non con mirabilanti effetti visivi, ma con la qualità e la complessità del ragionamento. E trovare nel cinema di oggi, ormai "drogato" di velocità e azione, una pellicola che obbliga a soffermarsi e far ragionare chi la guarda, è davvero un piccolo miracolo, oltre che un ottimo motivo per vederla.
La storia è quella di Sam, astronauta che da tre anni vive in completa solitudine in una stazione spaziale ubicata sul suolo del nostro amato satellite. Il suo unico compagno è il super-evoluto computer Gerty, che parla con voce umana ed esprime le proprie emozioni con le "emoticons" disegnate sul video. Sam vive con comprensibile ansia ed emozione gli ultimi quindici giorni sulla base, in attesa del sospirato ritorno a casa. Eppure, quando ormai tutto sembra pronto, ecco che accade qualcosa di strano... dire di più sulla trama del film sarebbe un vero delitto, vi basti sapere che lo spunto di Moon è un tema assai caro ai cultori della sci-fi: il rapporto tra l'uomo e le macchine "evolute", l'angosciosa contrapposizione della solitudine dell'essere umano con la società iper-tecnologica ma asettica che non lascia spazio alle emozioni e ai sentimenti.

Moon è un film splendidamente classico, che non ha paura di citare pellicole ben più importanti e storiche del genere: dalla più ovvia, 2001: odissea nello spazio (Gerty non è che la versione aggiornata di HAL), passando per 2022: i sopravvissuti (il tema della fame e delle "coltivazioni" su larga scala, messaggio "ecologista" del film), fino... beh, alla pellicola che dà il titolo a questo blog! In Moon si può trovare molto di Solaris, non fosse altro che per l'atavico terrore dell'uomo a confrontarsi con il proprio inconscio, a sublimare dentro di sè le proprie paure, a cercare un punto di contatto con se stessi prima che con quello che c'è "fuori".


Voto: ****

sabato 2 gennaio 2010

CONTACT (USA, 1997) di Robert Zemeckis


Robert Zemeckis è uno di quei registi a cui l'aggettivo "commerciale" non suona affatto dispregiativo, anzi! Direi che nessuno come il rubicondo cineasta di Chicago ha saputo coniugare con esiti (quasi) sempre felici la quantità (vale a dire i soldi incassati) con qualità delle sue opere. Del resto il suo curriculum parla da solo: dalla saga di Ritorno al futuro, a Chi ha incastrato Roger Rabbit, a La morte ti fa bella, a Forrest Gump, fino all'ultimo a Christmas Carol, deliziosa fiaba per bimbi appena uscita nelle nostre sale: nessuno di questi film può definirsi un capolavoro, ma alzino la mano (sinceramente!) tutti coloro ai quali non sono piaciuti, e ai quali questi titoli non hanno strappato un sorriso...
Eppure, quando nell'ormai lontano 1997 al buon Zemeckis fu commissionata la regia di Contact, tratto dal libro-bestseller dello scienziato francese Carl Sagan, credo che nemmeno lui riuscì ad intuire l'enorme portata di questa opera, che oggi possiamo annoverare come uno dei pochi veri "cult" della fantascienza di fine secolo.
Contact è un film complesso, stratificato, che mette molta carne al fuoco e paga anch'esso (come tutti i film commerciali!) un prezzo all'industria hollywoodiana, nella persona di Matthew McCounaghey - uno degli attori più legnosi e inespressivi che abbiano mai calcato gli Studios - eppure resta, a mio modestissimo parere, una pietra miliare della fantascienza "adulta", degno epigono (e non me ne frega di apparire blasfemo!) di 2001: odissea nello spazio, di cui può apparire come la versione "attualizzata" ai giorni nostri, aggiornata alla società moderna e multietnica di oggi (con tutti i problemi e le opportunità che ne conseguono).
La trama è nota: Ellie Arroway, una giovane scienziata determinata e idealista (e soprattutto atea), riesce a captare un messaggio alieno proveniente dalla stella Vega, che sembra contenere una richiesta di aiuto. Nel messaggio sono contenute le istruzioni per costruire una specie di macchina del tempo, che dovrà servire a trasportare un passeggero a cui sarà affidato il compito del sospirato "contatto". Ovvio che toccherà proprio ad Ellie salire sulla navetta, che la porterà a compiere il più straordinario viaggio della sua vita...
E' necessario, ovviamente, specificare che Ellie Arroway è interpretata dall'immensa Jodie Foster, qui nel ruolo più bello e sentito della sua straordinaria carriera: una donna sola, colta, tenace, testarda, intrepida, che si muove con le proprie gambe in un mondo pieno di pregiudizi e prevaricazioni, sola contro tutti, con l'unica forza delle proprie convinzioni. Un ruolo tagliato su misura per questa attrice poliedrica e bellissima, che rispecchia in modo lampante la sua carriera e la sua vita.
Contact affronta tematiche complesse e delicate quali il rapporto tra scienza e religione (chi dovrà essere il "messaggero" terrestre? L'atea Ellie o un un uomo credente e devoto?), le implicazioni politiche e sociologiche (quale nazione dovrà costruire la navetta? saranno fondi pubblici o privati?), le mille problematiche di una società multirazziale che dovrà collaborare per rappresentare unitariamente l'intero pianeta al cospetto degli alieni. Eppure, nonostante tutto ciò, Contact è un film incredibilmente poetico, romantico, sognatore, che prende per mano lo spettatore e lo conduce fino ai confini dell'immaginario umano: noi vediamo con gli occhi di Ellie e, soprattutto, ascoltiamo attraverso di lei le mille sensazioni della sua incredibile avventura, e come lei ci poniamo le stesse domande che sono alla base del film: siamo soli nell'Universo? Potremmo mai incontrarci con qualcuno? Saremo pronti a farlo? Come ci porremo di fronte a "loro"? Le risposte stanno tutte negli occhi di Ellie, in quelle pupille avide di conoscenza che sin dalla primissima scena ci fanno capire "da che parte stanno": in uno degli incipit più belli della storia del cinema ci accorgiamo di quanto siamo piccoli, sperduti e insignificanti al cospetto della Galassia... e allora come potremmo pensare di essere soli? Del resto "Un Universo così grande solo per noi... sarebbe un'enorme spreco di spazio!"