domenica 30 maggio 2010

Era uno sporco bastardo, ma a suo modo...


La notizia non era certo inattesa: Dennis Hopper si è spento ieri sera a 74 anni. Soffriva da tempo di un cancro alla prostata ed era ormai in fase terminale. Di solito non amo scrivere necrologi o "coccodrilli", specie se preconfezionati come in questo caso. D'altronde, sarà una frase fatta, ma io sono profondamente convinto che chi ha la fortuna di fare spettacolo, e il cinema in particolare, lascia comunque ai posteri un pezzo della sua vita. Un artista continua sempre a vivere, con le sue opere e le sue testimonianze, e nel cuore della gente non muore mai. Dennis Hopper ce lo ricorderemo per il mitico Easy Rider, film-specchio di una generazione intera (anche se, visto oggi, risulta essere datato e quasi anacronistico, invecchiato male) e per almeno un'altra trentina di pellicole importanti, disseminate nell'arco di una carriera lunghissimaMa io voglio ricordarlo per una cosa assolutamente personale. E molto piacevole. Dovete sapere che il primo film che ho acquistato in vita mia (e che mi ha "spalancato" le porte di quel mondo allora sconosciuto che era l'home-video) è stato proprio il suo Ore Contate.

Film "maledetto", disconosciuto dallo stesso regista, passato di mano in mano, gunto sullo schermo dopo miradi di peripezie, Ore contate è un film magnificamente sbagliato, con un cast da capogiro e una s-plen-di-da protagonista: una Jodie Foster mai così sensuale, passionale, disinibita, provocante... è il film che mi fece innamorare di questa attrice, e che corsi subito a comprare in vhs. Inutile dire che quella videocassetta è ormai consumata e inutilizzabile per le troppe visioni. Meno male che qualcuno ha inventato il dvd!
Onore dunque al vecchio Hopper: era una "testa calda", un elemento incontrollabile nell'estabilishment hollywoodiano (che infatti lo ha sempre ripudiato), un alcolizzato, drogato, adorabile bastardo: uno che votava repubblicano ma ripudiava Bush, un vetero-fascistoide con il cuore generoso e pulsante. Ore Contate potrebbe diventare adesso il suo film-manifesto: Goodbye, Dennis.

KEIRA KNIGHTLEY

Chi mi conosce sa che non sono uno a cui piace molto apparire, anzi. Tuttavia ogni tanto mi piace in qualche modo "vantarmi" della mia fama di "finto talent scout"... nel senso che, vedendo molti film, ogni tanto riesco a "indovinare" prima degli altri qualche volto che magari farà strada in futuro. Fu così che la mente mi riporta indietro al 2002: ero al Festival di Locarno, in una caldissima serata ferragostana, e nella stupenda cornice di Piazza Grande si proiettava Sognando Beckham, filmino delizioso, spensierato, "estivo", che da lì a qualche giorno avrebbe vinto il Premio del Pubblico e, quel che conta, lanciato una bravissima attrice. E fu in questo contesto che i miei occhi (e quelli di diversi maschietti, in verità) non poterono non soffermarsi su una deliziosa biondina, esile esile, con grandi occhioni neri e un sorriso disarmante, che era la piccola "star" del film... fu amore a prima vista!
Già, il mio innamoramento arci-platonico con Keira Knightley cominciò proprio così. Mi bastarono un paio di inquadrature quella sera per convincermi che quella ragazzina avrebbe fatto strada: e ogni volta che la vedo sul grande schermo, è come se mi sentissi un po' il suo "pigmalione". Sognare non costa nulla!

Molti la considerano la nuova Julia Roberts, altri la paragonano a Winona Ryder, altri ancora fanno notare una clamorosa somiglianza con un'altra mia "protetta": Natalie Portman. Sarà per questo che nel lontano 1999, appena quattordicenne, Keira venne scelta da George Lucas per interpretare l'ancella della regina Amidala (impersonata proprio dalla Portman) ne La minaccia fantasma. Ma fu un ruolo molto breve, infatti un attentato terroristico (nel film!) la tolse di mezzo quasi subito. Ma poi, come detto, arivò Sognando Beckham, e il successo del tutto insperato del film la consacrò come "stellina" emergente: dopo appena un anno eccola protagonista del blockbuster hollywoodiano La maledizione della prima luna, accanto a due mostri sacri come Johnny Depp e Orlando Bloom. Dopodichè la carriera della Knightley sarà una continua escalation, dove alternerà (in nome di una poliedricità inustata per un'attrice così giovane) ruoli avventurosi e sbarazzini (King Arthur, Domino, i due sequel di Pirati dei Caraibi) con interpretazioni sofferte e drammatiche: pensiamo a Orgoglio e Pregiudizio, Seta, fino a Espiazione, che le regala anche la prima nomination all'Oscar (a soli 23 anni!).
Keira è una ragazza di una bellezza intrigante, inconsueta: non una"bellona" maggiorata e ancheggiante come tante "sgallettate" colleghe, ma un corpicino sinuoso e filiforme accompagnato da movenze ammalianti e seducenti. Tuttavia, nonostante la carica sexy che sprigiona da ogni centimetro di pelle, nella vita di tutti i giorni è un vero "maschiaccio", sbarazzina e tostissima: è diventata quasi un'emblema della femminilità quando, in occasione del lancio de La maledizione del forziere fantasma, si scagliò come una furia verso i distributori americani che, nelle foto pubblicitarie del film, le avevano ritoccato il suo minuscolo seno col photoshop. La "nostra", infatti, va orgogliosa della sua prima misura, a testimonianza di una testa pensante e di una auto-reputazione non comuni.

Insomma, è proprio difficile non innamorarsi di questo scricciolo forte come l'acciaio e bello come il sole: peccato che sia sposatissima con il bel James Righton, tastierista dei Klaxons, impalmato dopo un fidanzamento-lampo e dopo anni di dichiarazioni pro-zitellismo! Proprio così: lei, da sempre single dichiarata e convinta, si scioglie come neve al sole al cospetto del musicista. Che comunque, inutile dirlo, rimarrà condannato al ruolo di 'Signor Knightley... come dubitarne?

domenica 23 maggio 2010

Un festival geriatrico...



Cannes 63 si conclude e saluta il pubblico premiando un regista thailandese dal nome impronunciabile. Il film è di quelli che piacciono a Tim Burton, presidente di giuria: la storia di un vecchio sul letto di morte che comincia a fantasticare sulla sua vita passata...
Tuttavia, però, il palmarès di questa edizione è di quelli che fanno storcere il naso. Certo, non abbiamo visto i film e ci riserviamo di dare giudizi più appropriati in futuro, ma a detta di un netta maggioranza di giornalisti e operatori del settore quest'anno il concorso ha decisamente deluso: molti film insuslsi, pochi importanti, nessuno memorabile. E come sempre accade in questi casi, ecco che si premia il "solito film asiatico" che mette tutti d'accordo. Anche se le cronache ci parlano di un'opera leccatissima, autoreferenziale e decisamente sopravvalutata.

Ma tant'è. A mio modestissimo parere la Croisette mostra la corda da molti anni (salvo la sfavillante edizione del Sessantesimo), confermando che la presunta "grandeur" e l'ennesima "Nouvelle vague" d'oltralpe sono, con le dovute eccezioni, dei grandissimi bluff che i francesi sono bravissimi a nascondere.
Eppure i fatti parlano chiaro: quest'anno il "cast" dei registi in corsa per la Palma d'Oro era un vero e proprio cimitero elefantesco: Kiarostami, Leigh, Michalkov, Tavernier, Loach, Kitano... una squadra "matura", dall'età media decisamente alta e che ormai, da molto (troppo?) tempo "monopolizza" il red carpet quasi come fosse un affare di famiglia, una specie di circolo privato. Un po' come quei cantanti un po' attempati che si vedono una volta l'anno al Festival di Sanremo e poi vivono di rendita tutto l'anno con quella canzone... con buona pace del nostro bravissimo Elio Germano, unica (splendida!) eccezione.

Se si passano in rassegna, una ad una, le ultime edizioni dei due più importanti festival del cinema al mondo, ci accorgiamo con (relativa) sorpresa che la nostra vecchia e bistrattata Mostra di Venezia è assolutamente e qualitativamente sulla stessa riga della Croisette. Anzi, dal punto di vista della dinamicità, dell'innovazione e della sperimentazione è decisamente superiore.
Però, come è sempre successo e come sempre succederà ancora, i francesi (ahimè) sono molto più bravi di noi nel "vendere" i loro prodotti: Cannes è più "glamour" di Venezia, ha strutture migliori, più ricettività e più capacità di attrarre pubblico e investitori. E gli organizzatori sono pure dei furboni matricolati, che ricorrono a "trucchetti" da avanspettacolo per far decollare il loro festival... Un esempio? Prendete il film di apertura: di solito è sempre una ciofeca paurosa (quest'anno è toccato al terribile Robin Hood), in modo tale che la critica, in seguito, avrà certo un occhio di maggior riguardo per i film che passeranno nei giorni successivi.

A Venezia tutto questo non accadrà mai. Inutile aspettarselo. Ed è un peccato, perchè a rovinare la Mostra sono proprio l'ottusità dei curatori e l'eterna, storica, marcia e meschina interferenza della politica nella scelta del cartellone e (quel che è più grave) anche nei premi. Ecco perchè mentre a Cannes si fa di tutto (come è ovvio) per far vincere, se non il film più bello, comunque un'opera significativa, a Venezia le "logiche di palazzo" finiscono per condizionare pesantemente il palmarès: ricordate la Mostra del 2008? Mickey Rourke doveva stravincere la Coppa Volpi per il miglior attore... ma la "ragion di Stato" imponeva che un premio dovesse essere coercitivamente assegnato a un film italiano (anche se brutto). Ed ecco allora svettare dal cilindro Silvio Orlando (bravo, per carità, ma mai come l'ex 9 settimane e 1/2), mentre il Leone d'Oro veniva asseganto, a titolo di risarcimento, a The Wrestler. Un titolo in verità decisamente generoso.

Ma così va la vita. Caro Muller, ascoltaci se puoi!


I vincitori di Cannes 2010:

LA NOSTRA VITA (Italia, 2010) di Daniele Luchetti

Per favore, lasciamo stare Ken Loach. Non perchè il paragone sia blasfemo, beninteso, ma perchè La Nostra Vita è un film profondamente italiano, che non ha nulla a che vedere con quello che racconta il maestro inglese. Il vecchio Ken ha dedicato una vita intera (cinefila e non) ai poveracci, agli emarginati, a coloro che hanno perso, stritolati da un sistema sociale che li ha annientati nelle tasche ma non nello spirito: tutti i personaggi di Loach, seppur derelitti, mantengono la loro dignità e il loro orgoglio proletario, sempre e comunque.

La nostra vita, invece, parla della nostra Italia. Del nostro piccolo paese, soffocato dall'arrivismo, la meschinità, la cialtroneria, la cafonaggine, il razzismo, la spregiudicatezza e il cinismo di chi lo ha ridotto in questo stato. La Palma d'oro assegnata a Elio Germano da una parte ci conforta e ci inorgoglisce, a testimoniare la vitalità di una cinematografia che, malgrado i tanti e ripetuti deprofundis, conferma di essere ancora capace di realizzare opere importanti e profonde come questa. Dall'altra però ci spaventa: se un film così italiano è stato capace di toccare le corde della giuria internazionale, allora significa che ormai lo sputtanamento costante, scientifico e premeditato ordito da questa classe dirigente (per usare le parole dell'attore, nella sua splendida dedica, vedi sotto) ha ormai tristemente travalicato i confini nazionali... insomma, ormai ci conoscono proprio tutti. E lo dico, badate bene, senza un grammo di ironia.

Il film di Luchetti è una pellicola potente e sgradevole. Spietata. Certo non perfetta, in alcune parti didascalica e stereotipata, ma di una forza impressionante che, unita ad una lucidissima capacità di analisi delle storture del sistema-Italia, fornisce un quadro durissimo e feroce della medesima: una nazione in ginocchio, economicamente ma soprattutto morlamente, dove tutti si azzannano a vicenda, dove nessuno è più totalmente buono o cattivo, ma dove ciascuno cerca di sopravvivere a scapito di chi gli sta accanto.

Claudio (un grandissimo Elio Germano, strameritato il suo premio) è un giovane responsabile di un cantiere edile. Ha una bella moglie, due figli piccoli e un terzo in arrivo. E' l'esempio vivente di quel famigerato "ceto medio" che la crisi economica ha ridotto quasi in indigenza. Tuttavia c'è chi sta peggio di lui: la manovalanza del cantiere, composta da immigrati irregolari, sottopagati, invisibili, privati dei più elementari diritti umani. Sono gli schiavi del XXI secolo, che non fanno notizia e che quando muoiono vengono sepolti di nascosto sotto le fondamenta dei palazzi dove lavorano in nero. Claudio comunque non si lamenta: vive la sua quotidianità con l'amore infantile e carnale verso la sua compagna e i bambini. Un giorno disgraziato però la moglie muore di parto, mettendo al mondo il piccolo Vasco. La situazione precipita. Claudio elabora il lutto reagendo nel modo peggiore possibile: per non far mancare nulla ai figli si mette in testa di "fare i soldi", quei soldi che da quel momento diventano la sua ossessione. Ovviamente l'unico modo per arricchirsi in fretta è quello di tuffarsi nell'illegalità: si mette in proprio facendosi prestare i capitali da un amico spacciatore, sfrutta gli operai, non paga le tasse e costruisce le case infischiandosene della sicurezza. Ma improvvisarsi imprenditore non è semplice: e quando i debiti si faranno soffocanti fino a mettere a rischio la sua famiglia...

La nostra vita è la radiografia di un paese in ginocchio, dove i bambini giocano da soli alla playstation e dove si passano le domeniche al centro commerciale, unico effimero e falso luogo di aggregazione del "nuovo proletariato". Un paese dove conta solo "chi c'ha li sordi" e dove la famiglia, per quanto disperata, è l'unico punto di riferimento per non sbattere la testa. Il film è bello e importante, nonostante certe magagne di sceneggiatura e un finale intriso un po' troppo di retorico buonismo. Ma sono difetti veniali di un'opera coraggiosa e concreta, che merita assolutamente la visione.
VOTO: * * * *



"Siccome la nostra classe dirigente rimprovera sempre al nostro cinema di parlare male della nostra nazione dedico il premio all'Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente''

Elio Germano

venerdì 21 maggio 2010

ROBIN HOOD (USA, 2010) di Ridley Scott

Sarà che sto invecchiando, e sicuramente col passare degli anni si diventa sempre più burberi e insofferenti. Sarà che ormai non ho più il fisico per assistere in seconda serata a un film di 140 minuti, anche se "vorrebbe" essere d'azione. Sarà che, sciaguratamente, il sottoscritto continua ogni volta a dare una chance a Ridley Scott anche se ormai è dai tempi di Thelma e Louise (1991!) che non imbrocca più un film decente... fattostà che, per un infinito debito di riconoscenza nei confronti dell'autore di Blade Runner e Alien e per accontentare un paio di carissimi amici, mi sono dovuto sorbire questo interminabile e fragoroso giocattolone hollywoodiano che riuscirebbe nell'impresa di far annoiare e irritare anche il più adrenalinico degli spettatori.
Intendiamoci: non sono assolutamente quel tipo di cinefilo "snob", con la puzza sotto il naso, d'estrazione radical-chic e che aborrisce tutto ciò che proviene da oltreoceano. Ho sempre diviso i film in belli o brutti, indipendentemente dai budget o dagli incassi, e vado a vedere indifferentemente i grandi kolossal come i piccoli e invisibili film d'essai. Vi giuro che non ho pregiudizi e, tanto per essere chiari, considero Il Signore degli Anelli un titolo epocale di questo inizio di millennio.

Tutta questa lunga premessa per dire che Robin Hood è, semplicemente, un film orrendo. Aldilà di quanto sia costato e di quanto incasserà. Non posso scrivere una recensione circostanziata perchè non ho problemi ad ammettere che l'avrò visto si è no per metà, in quanto per il tempo restante le mie palpebre proprio non volevano saperne di stare aperte, e già questo la dice lunga. Ecco, prima ho citato Peter Jackson non a caso: la sua trilogia tolkeniana è stata così strabiliante che, inevitabilmente, ha sdoganato un genere (il fantasy) che poi ha fatto proseliti in tutte le latidudini, anche se con risultati spesso non così eccelsi. E questo Robin Hood, inutile girarci intorno, scimmiotta in maniera considerevole il già citato Lord of Rings: è impossibile, infatti, catalogare come film "storico" questa insulsa accozzaglia di luoghi comuni e altre amenità di genere... Il Robin Hood di Scott non ha alcunchè di storico, nè si limita a raccontare più o meno decorosamente le gesta dell'arciere di Nottingham, anzi: la Storia la prende beatamente a pesci in faccia, propinandoci una tale sequenza di sciocchezze, incongruenze e strafalcioni da far rabbrividire, adottando come miserabile pretesto il fatto di voler raccontare un Robin "giovane", in una sorta di prequel, ottimo escamotage per poter girare, appunto spudoratamente, un qualcosa che si avvicina molto più alla fantascienza.

Ciò che rende Robin Hood assolutamente insopportabile sono il rumore e l'enfasi che accompagnano ogni scena: mai visto in tanti anni un film più fracassone di questo! Due ore e mezza di urla, strepiti, clamore, grida assordanti e battaglie interminabili, raccontate in maniera inverosimile e in stile-playstation: tutto sopra le righe, caotico, estenuante. Come dicevo all'inizio, vorrebbe essere un film d'azione ma tutto questo chiasso finisce col generare nello spettatore l'effetto diametralmente opposto: stanchi di tanto strepitare, si finisce con l'addormentarsi e assuefarsi alle grida. A tutto ciò contribuiscono in buona misura anche gli effetti speciali, presenti in quantità industriale e debordante: niente infastidisce di più, infatti, che vedere in un film che vorrebbe (e daje) essere storico una serie di sfondi palesemente digitalizzati con la computer-graphics. Lo stesso motivo, in pratica, per cui avevo profondamente odiato un'altra "perla" dell'insulsaggine come Il Gladiatore. Solo che lì, almeno, avevamo un Russel Crowe ben tonico e palestrato, e con una recitazione un po' oltre il minimo sindacale. In Robin Hood invece la pluripremiata star australiana appare imbolsita, invecchiata e inadeguata.
Assolutamente inguardabile, proprio come il film.
VOTO: *

mercoledì 12 maggio 2010

COSA VOGLIO DI PIU' (Italia, 2010) di Silvio Soldini

Silvio Soldini è un regista coraggioso, e di questo dobbiamo rendergli merito. Potremmo definirlo "il Danny Boyle italiano" per la sua capacità di inventarsi sempre film così diversi tra loro, sia per tematica che per registro: lo abbiamo "scoperto" col notevole Le acrobate, ha raggiunto la notorietà con il leggero e delicatissimo Pane e tulipani, seguito a distanza dal tenero (e meno riuscito) Agata e la tempesta, ha cambiato di nuovo registro col drammatico e tristemente attuale Giorni e nuvole. In mezzo a tutto ciò, ha trovato anche il tempo di realizzare quello che, a mio modesto parere, è il suo capolavoro: sto parlando di Brucio nel vento, forse il film commercialmente meno importante, incompreso, sottovalutato, eppure dirompente per la sua forza emotiva e figurativa. La storia di un'ossessione d'amore, travolgente e inarrestabile, anche di fronte alla tragedia...

Ecco, Brucio nel vento è forse la pellicola che più si avvicina a Cosa voglio di più, l'ultima fatica del regista, appena uscita nelle sale: anche questa è la storia di una passione impossibile tra due persone, entrambe sposate, che si scoprono fatalmente attratte tra di loro. Attenzione: stiamo parlando di "passione" e non di "amore", che non può esserci quando il sentimento diventa ossessivo e compulsivo, feroce e carnale insieme. Mi si dirà che un film che parla di "corna" certo non brilla per originalità, ma è proprio questo l'aspetto in cui Soldini è un maestro: imbastire una storia il più possibile avvincente partendo da un assunto, ahimè, decisamente comune. Il tradimento, appunto. L'abilità di Soldini sta nel rendere coinvolgente e stra-ordinaria (nel senso letterale del termine) la "normalità" di una relazione extraconiugale: per questo soffriamo e ci sentiamo a disagio nel vedere tutti i sotterfugi, gli escamotage, le bugie, gli inganni compiuti dai due amanti per ritagliarsi qualche attimo di intimità. Ci pervade un senso di tristezza e profonda compassione quando lo schermo ci mostra gli amplessi della nuova coppia consumati in uno squallido albergo a ore della periferia mlanese. Restiamo con la bocca amara e le labbra contrite nel constatare lo sfaldarsi di rapporti tenuti insieme solo dall'apparenza e... dal portafoglio (i protagonisti sono tutti appartenenti alla nuova "lower-class" italica, fatta di lavoretti precari e mutui da pagare...). Soldini in questo è bravissimo, e questa è decisamente la parte migliore di Cosa voglio di più, tra l'altro anche un bel titolo (finalmente) azzeccato, che "centra" perfettamente la situazione di due esseri umani lacerati dall'insoddisfazione e dalla quotidianità.

Dove invece la pellicola gira decisamente a vuoto è nella descrizione dell'universo che circonda i due protagonisti, e qui non è possibile NON notare una sceneggiatura abbastanza trasandata e tagliata col coltello: Anna e Domenico, i due "adulteri", si conoscono per due-minuti-due ad un party, si rivedono per due-minuti-due il giorno dopo e la sera successiva già fanno l'amore come ricci: d'accordo il colpo di fulmine, ma insomma... E se Alba Rohrwacher, tutto sommato, se la cava ed è credibile nel suo ruolo, Pierfrancesco Favino sembra soffrire oltremisura il suo status di nuovo "oggetto del desiderio" femminile, e questo lo si nota decisamente nelle sequenze erotiche, in verità piuttosto umoristiche ... per non parlare poi del personaggio di Alessio (il marito di Anna, interpretato da Giuseppe Battiston, attore-feticcio di Soldini), che incarna tutti (ma proprio tutti!) i clichè del marito sfigato e cornuto: a letto legge sempre libri, è passivo, bolso, indolente, negativo, un ruolo evidentemente troppo macchiettistico per essere credibile.

Tuttavia, come detto, pur con i suoi difetti e i suoi limiti, Cosa voglio di più è una pellicola che merita la visione: non fosse altro che per il modo in cui ci fa toccare con mano, e sul serio, l'instabilità e la grettezza di una società i cui valori, ormai, assomigliano molto ai palazzoni anonimi, grigi e tutti uguali dell'hinterland milanese. Soldini non è un regista banale, e anche se (come in questo caso) non tutto gira per il verso giusto, va sempre apprezzato per il coraggio che mette nelle sue storie: qualità ormai sempre più rara in un panorama cinefilo, il nostro, anche questo sempre più "omologato". Verso il basso, ovviamente.
VOTO: * * *

sabato 8 maggio 2010

C'era una volta un cinema...

Questo non vuole essere un post nostalgico. E nemmeno l'ennesimo, patetico, grido di dolore di un cinefilo verso la scomparsa dei cinema dai centri storici, nè tantomeno uno scontato (e ingiusto) j'accuse nei confronti delle multisale. I tempi passano, la vita, le mode, i gusti delle persone cambiano e così il modo di fruire il cinema. Una volta si andava al cinema in centro, poi ci siamo spostati in massa nei multiplex, magari incastonati dentro a enormi centri commerciali dove poter trascorrere intere giornate. Ora, complice anche la crisi economica, molti preferiscono vedersi i dvd in casa propria, meglio se proiettati (per chi se lo può permettere) da modernissimi impianti home-video che ricreano l'effetto-cinema. Così va la vita, diceva il buon vecchio Kurt Vonnegut.
Oggi, però, curiosando sul sito internet di Repubblica, mi sono imbattuto in questo link http://trovacinema.repubblica.it/news/dettaglio/cera-una-volta-un-cinema/389879 e non nego che mi è venuto un tuffo al cuore: in questo sito, che invito caldamente tutti coloro che mi leggono a visitare, ci sono tante, tantissime foto di sale ormai chiuse e che hanno costituito per noi appassionati dei veri e propri "luoghi dell'anima". Lo ripeto, non è una operazione-nostalgia, ma un piccolo affettuoso omaggio a pezzi di storia cittadina, "monumenti" particolari che hanno rappresentato tanto per chi, come me, ormai va verso la quarantina e ricorda con affetto il suo personale "Nuovo Cinema Paradiso".


E devo dire che nel mio paesello siamo fortunati: le tre sale storiche di Poggibonsi sono ancora in piedi, vive e vegete, anche se ne hanno passate tante tra bombardamenti, ricostruzioni, fallimenti, guerre a colpi di carte bollate, crisi più o meno cicliche... eppure eccole ancora lì: Politeama, Italia, Garibaldi, in ordine di grandezza, a confortare i nostri gioiosi momenti.
Ma io, che ormai non sono più ragazzo, mi ricordo benissimo anche dei tanti cinema fiorentini che ora non ci sono più, e nei quali ho visto tanti caolavori in passato: andavo spessissimo a Firenze, malgrado i chilometri in macchina, il parcheggio che non c'era, le corse a perdifiato per arrivare in tempo alla proiezione... Ricordo come fosse ora il mio cinema preferito, l'Excelsior in via Calzaiuoli, con le poltrone in velluto, distanziate l'una dall'altra, il pavimento in moquette, il grande lampadario a centro sala e la maschera che ti riceveva in livrea gallonata (proprio così!). E anche l'elegante Gambrinus, con uno splendido caffè-teatro, il Ciak, sala ultra-d'essai dove ho visto "Le conseguenze dell'amore", il Teatro della Compagnia, una bomboniera a due passi dal Duomo. E ancora l'Astra, l'Ariston, L'Eolo, il Manzoni... e potrei continuare.
E durante i miei anni trascorsi al Nord, per lavoro, ricordo con gioia le mie continue "incursioni" a Milano, dove arrivavano TUTTI i film, ma proprio tutti, e c'era l'imbarazzo della scelta. C'era Corso Vittorio Emanuele, il salotto buono della città, che una volta veniva chiamato "la strada del cinema": in meno di mille metri c'erano innumerevoli sale, una a ogni angolo, sembrava davvero il paese dei balocchi, un Paradiso cinefilo. Vado a memoria: Corso (il più grande), Ariston, Mignon, Excelsior, Pasquirolo, Ambasciatori, Mediolanum, Astra, Splendor... oggi al loro posto ci sono, nella migliore delle ipotesi, delle librerie o dei megastore di abbigliamento. Oppure, nella peggiore, delle tristi saracinesche abbassate con, magari, la locandina sbiadita dell'ultimo film proiettato.

Sono solo alcuni dei piccoli (e grandi) cinema del centro città vittime della concorrenza dei multisala di periferia. Sale che c'erano una volta e ora non ci sono più: chiuse, abbandonate, ancora lì con l'insegna che perde pezzi, la serranda sempre abbassata e, spesso, la locandina scolorita dal tempo dell'ultimo film programmato. Simboli di un paese che cambia, di una società sempre più mutevole e frenetica.
Ma se ancora avete piacere di ricordare i vostri "posti delle fragole", quelli dove avete visto il vostro primo film, o dato il vostro primo bacio, o dove avete pianto, riso, sofferto, dove vi siete spellati le mani dagli applausi... rispondete all'appello di "Repubblica" e mandate le vostre foto. L'indirizzo è questo: fotocinema@kataweb.it.
Se poi, perchè no, vorrete mandarle anche qui... diciamo che non mi offendo.

Bondi non va a Cannes? E chissenefrega...

La notizia è di queste ore, e non è passata certo inosservata (chissà perchè, ehm...): l'ineffabile ministro della Cultura, on. Sandro Bondi, ha annunciato che non presenzierà al prossimo Festival di Cannes per protestare contro la decisione degli organizzatori francesi di proiettare Draquila, il film-denuncia di Sabrina Guzzanti sulle malefatte della Protezione Civile durante la ricostruzione post-terremoto in Abruzzo. A detta di Bondi, infatti, il film "offende la verità" e non è degno di rappresentare il nostro Paese...

Mah. Ci sarebbe tanto da dire sui modi di "rappresentare il Paese". Sandro Bondi, detto "il Camerlengo di Arcore" per le sue innate doti di deferente ciambellano alla corte di Sua Emittenza, è lo stesso Ministro della Repubblica che non più di qualche mese fa ha accusato Roberto Saviano di "militanza ideologica" per aver denunciato lo scempio morale e sociale di Napoli. Sandro Bondi è lo stesso che lo scorso settembre ha praticamente "imposto" a Marco Muller, curatore della Mostra di Venezia, di ospitare in cartellone Katyn di Andrzej Waida (film di tre anni prima, ormai uscito in tutto il mondo) solo perchè tale pellicola denuciava il massacro di migliaia di soldati polacchi perpetrato dalle truppe staliniste. Sandro Bondi è lo stesso che all'epoca esaltò pubblicamente (e pietosamente) lo scadente polpettone nostalgico di Tornatore, Baarìa, solo perchè (a suo dire) "narrava la storia di un comunista pentito", affermazione subito smentita dall'imbarazzatissimo regista siciliano...

Come si vede, non so chi tra Bondi e la Guzzanti è più meritevole di "rappresentare" il nostro Belpaese... Bondi ha una concezione tutta sua di Cultura e di Rispetto, nel senso che per lui queste due parole rivestono il loro precipuo significato soltanto se rivolte alla propria "moral guidance", nonchè proprio datore di lavoro. Nel momento in cui, invece, qualche losco cospiratore "osa" schierarsi contro, ecco pronta la minacciosa "scomunica" ministeriale.
Per essere chiaro, a me non importa nulla di Draquila: tanto che non andrò nemmeno a vederlo, poichè lo considero un film del tutto inutile. Inutile perchè tanto chi va a vedere questi film è già a conoscenza di tutto di quello che vedrà sullo schermo, mentre coloro che hanno una diversa coloritura politica lo salteranno a piè pari perchè convinti (anche da Bondi) di assistere a un film di bieca propaganda reazionaria. Non si scappa, in Italia è così: la stessa cosa era già successa lo scorso anno con Videocracy. Però, per favore, nessuno venga a dirci di scegliere cosa vedere in base alla "meritorietà" e alla "onorabilità" verso la nostra Nazione, perchè altrimenti ci toccherebbe davvero emigrare forzatamente verso altri lidi.
Godetevi dunque Draquila, se vi va. E se potete farlo, andate pure a vederlo a Cannes.
Tanto Bondi non c'è. E chissenefrega.

sabato 1 maggio 2010

AGORA' (Spagna, 2009) di Alejandro Amenabàr

Tanto rumore per nulla. E il sospetto, decisamente fondato dopo la visione del film, che tutto il vespaio di polemiche che ne hanno preceduto l'uscita in sala non sia stato creato ad arte per garantire un minimo di appeal ad una pellicola brutta, deludente e assolutamente immeritevole dell'attenzione che che gli è stata tardivamente dedicata. Non so se davvero la Chiesa Cattolica abbia deliberatamente osteggiato l'arrivo in Italia di questo film, e sinceramente non me ne stupirei. Tanto non ci fa comunque una gran figura: aver paura di Agorà significa avere davvero la coda di paglia, perchè il film di Amenabàr in realtà non scandalizza e non indigna nessuno: probabilmente in Vaticano non l'hanno nemmeno visto, e questo non dimostra altro (semmai ce ne fosse bisogno) che gli scheletri dentro gli armadi papali fanno davvero fatica ad uscire...
Ma andiamo con ordine: sembrava che Agorà non dovesse mai arrivare nelle nostre sale a causa di pressioni fatte dalla Conferenza Episcopale Italiana, che non "gradiva" una pellicola dedicata a Ippazia d'Alessandria, ovvero la prima donna-scienziata della storia, che nel IV secolo d.C. rifiutò di convertirsi al Cristianesimo in quanto, da agnostica, non intendeva piegarsi ai dogmi della fede. Ippazia fu allora catturata, violentata, uccisa e fatta a pezzi da un gruppo di integralisti cristiani, sobillati dal vescovo Cirillo, gli stessi che poco prima avevano anche distrutto la Biblioteca di Alessandria (una delle sette meraviglie del mondo) e perseguitato ebrei e pagani in nome del'intolleranza religiosa che "obbligava" i cittadini romani ad abbracciare in modo coatto il Cristianesimo (reso "culto di stato" da un editto dell'Imperatore Teodosio).
In seguito a questo presunto ostracismo, Agorà è uscito in tutto il mondo tranne che da noi, e le cronache di questi giorni recitano che solo la mobilitazione del "popolo di Facebook" e una petizione on-line inviata alla casa distributrice con oltre diecimila firme di cinefili incazzati abbiamo convinto la Mikado a far arrivare il film in sala... Mah. Può essere.

Quello che è certo è che, come dicevo in apertura, il film è una bufala colossale, che non indigna nessuno e non agita assolutamente le coscienze. L'ultima opera di Amenabàr è un noiosissimo, didascalico, soporifero polpettone in salsa-peplum, assolutamente privo di qualsiasi spunto polemico, totalmente insensato dal punto di vista storico e anche irritante per la regia da Reader's Digest che davvero non ci aspettavamo dal talentuoso cinasta spagnolo. Agorà è un film pesante, bolso, sbagliato: i toni sono quelli di un documentario stile "Quark", la recitazione degli attori è imbarazzante (compresa quella della stupenda Rachel Weisz, della quale vorrei dire tutto il bene possibile, ma in questo caso non è proprio possibile... scusate il gioco di parole!). Per non parlare degli ambienti e delle scenografie, ricostruiti con terrificanti effetti digitali che in un film che (dovrebbe) essere storico sono veramente fuori luogo.
Insomma, un film sbagliato che, paradossalmente, ha trovato fortuna grazie all'ottusità del Vaticano il quale, scagliandosi assurdamente contro, ha regalato quintali di pubblicità immeritata ad una pellicola di cui nessuno si sarebbe accorto. E' proprio il caso di dirlo: chi la fa l'aspetti...
VOTO: * *

BASILICATA COAST TO COAST (Italia, 2010) di Rocco Papaleo

Tutto sommato non dispiace affatto questo bizzarro road-movie col quale Rocco Papaleo si cimenta nel suo debutto da regista: un po' naif, un po' sconclusionato, un po' troppo "spottone" turistico ad una terra semisconosciuta e bistrattata (e per questo motivo glielo perdoniamo), Basilicata coast to coast è un film genuino e appassionato, fatto col cuore e con pochissimi mezzi, e interpretato gioiosamente da un quartetto di attori-amici-gigioni che si divertono un mondo e contagiano lo spettatore con la loro vena picaresca e cameratista. A questi si aggiunge una Giovanna Mezzogiorno (finalmente) libera dal suo consueto clichè di trentenne isterica, che impersona un' incazzatissima e sboccata figlia di un potente politico, decisa a tagliare i ponti con l'ingombrante genitore, e che s'improvvisa grintosa reporter al seguito dei "Fab Four" de' noantri... Il quartetto è ben affiatato e eterogeneo: c'è l'attorucolo esaltato e sciupafemmine (Alessandro Gassman), il tenero e introverso cuginetto (Paolo Briguglia), lo sciroccato e muto musicista dal cuore infranto (il bravo Max Gazzè, anche lui debuttante) e, ovviamente, il "capobanda" Papaleo, anche attore, che suona la carica e "costringe" l'improbabile complesso ad un viaggio dal Tirreno allo Ionio allo scopo di partecipare, quasi come un "Woodstock lucano" nientepopodimenoche al Festival Teatro-Canzone di Scanzano Jonico...

Ovviamente tutto ciò è una scusa cinefila, un palese e innocuo inganno che Papaleo propina agli spettatori: non c'è un vero fine a questo viaggio, semplicemente perchè la "meta" è il viaggio stesso, il conoscersi, il condividere esperienze, sogni e sberleffi comuni. Per carità, niente di nuovo sotto il sole, ma in ogni caso il film scorre veloce e lieve, sorretto da una colonna sonora sanguigna e accattivante e da raffiche di battute e siparietti spiritosi. Non sarà Kerouac, e nemmeno "Easy rider" (proprio no!), ma alla fine ci si diverte e si sorride. E scusate se è poco.

VOTO: * * *