domenica 29 luglio 2012

MOMENTI DI GLORIA

(Chariots of fire)
di Hugh Hudson (GB, 1981)
con Ian Charleson, Ben Cross, Ian Holm, Nigel Havers, John Gielgud, Lindsay Anderson
VOTO: ****

Lo abbiamo sentito, immancabile, anche l'altra sera durante la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi londinesi. Lo conosciamo da trent'anni eppure, inesorabilmente, ogni volta che sentiamo suonare il tema di Chariots of Fire la mente ci riporta alle immagini di 'quei giovani che vissero con la speranza nei cuori e le ali ai piedi'... la partitura musicale di Vangelis è diventata la colonna sonora più famosa della storia del cinema, e addirittura c'è chi ancora oggi neanche immagina che sia associata a un film, si può dire che ormai vive di vita propria. Eppure Momenti di Gloria è una pellicola che, a suo modo, un posto al sole lo merita, soprattutto per il messaggio che porta: non tanto per lo 'spirito olimpico' (che, come vedremo dopo, in realtà è tutt'altro che esaltato), quanto perchè cerca di trasmettere allo spettatore il concetto che nella vita vale sempre la pena di battersi per un obiettivo, qualcosa per cui varrà la pena essere ricordati, piccola o grande che sia.

Ma andiamo con ordine: nel 1980 la British Film Commission incarica l'allora regista pubblicitario Hugh Hudson di realizzare un film che rievochi lo spirito dei Giochi Olimpici, appena svoltisi nello stesso anno a Mosca e boicottati dei paesi occidentali per motivi politici (l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'URSS). Hudson decide di adattare sul grande schermo una sceneggiatura scritta dal connazionale Colin Welland, che racconta la storia di due atleti britannici del passato, Harold Abrahams ed Eric Liddell, che si preparano per affrontare i Giochi di Parigi del 1924.

I due hanno percorsi di vita molto diversi, ma corrono per lo stesso obiettivo: vincere. Ma se per Liddell, fervente cattolico in procinto di partire missionario per la Cina, la vittoria nelle gare di corsa è un modo per onorare Dio e ringraziarlo di averlo fatto nascere 'veloce come il vento', per l'ebreo Abrahams vincere l'oro nei 100 metri significherebbe rifarsi di tutte le discriminazioni e le angherie subite in gioventù a causa della sua fede, peraltro ostentata con orgoglio. I due sono i grandi favoriti (e rivali) per la distanza più breve, ma a pochi giorni dalla partenza per Parigi, Liddell viene a sapere che la finale olimpica è stata spostata alla domenica: per lui è impossibile gareggiare nel giorno dedicato al Signore, ed è irremovibile nella sua decisione, lasciando così la strada spianata a Abrahams, che vincerà a mani basse. Liddell si rifarà pochi giorni dopo vincendo l'oro nei 400 metri, cui parteciperà grazie al 'sacrificio' di un compagno di squadra.

In realtà le cose non andarono esattamente così, la vicenda di Liddell è stata molto romanzata dalla sceneggiatura di Welland: il calendario delle gare era infatti noto da mesi e non ci fu alcun conflitto interiore nell'atleta, che si iscrisse solo nella distanza più lunga. Ma questo non avrebbe ovviamente giovato allo stile della pellicola, volutamente enfatico, altisonante, magliloquente, in linea con gli obiettivi 'alti e nobili' del committente (il Ministero della Cultura britannico). Molti detrattori hanno criticato il film proprio per questa 'altezzosità' tipicamente 'inglese', stigmatizzando l'uso ripetuto e a loro dire abusato dei ralenti e della profondità di campo e, appunto, per aver distorto eccessivamente il racconto degli eventi a fini esclusivamente commerciali.

Eppure... eppure, per quanto appropriate possano essere queste critiche, Momenti di Gloria è uno dei film più affascinanti e evocativi che il sottoscritto ricordi. E' un film trascinante, emozionante, coinvolgente, sapientemente preso per mano dalle musiche di Vangelis e ammirevole per l'accuratezza dei dettagli, costumi e scenografie su tutto (la nostra Milena Canonero fu premiata con l'Oscar, oltre a quelli per miglior film, sceneggiatura e musica). E' uno di quei film che quando passano in televisione non riesci a smettere di guardare, come altrettanto non riesci a non rimetterlo nel lettore dvd in occasione di ogni edizione dei Giochi Olimpici, come sta accadendo ora. Addirittura, è notizia di questi giorni, in Gran Bretagna è stato rieditato al cinema con un successo clamoroso.

Girato con mano sapiente, estremamente curato nei particolari, il film di Hudson contiene sequenze che sono entrate nella memoria: i titoli di testa con gli atleti che corrono sulla spiaggia, la sfida nel cortile del college scandita dai rintocchi dell'orologio, la finale interminabile dei cento metri, interrotta mille volte dal montaggio, a testimoniare la tensione e la sofferenza dell'atleta, la gioia dell'allenatore di Abrahams che apprende la notizia della vittoria ascoltando le note dell'inno nazionale...

Ma attenzione. Momenti di Gloria è tutt'altro che (solo) un film patinato e omaggiante lo sport. Leggendo bene tra le righe si nota una netta critica sociale verso la realtà culturale e benpensante dell'epoca, esplicitata soprattutto nel personaggio di Abrahams, oggetto di pregiudizi e velata insofferenza per la sua fede ebraica (si veda il comportamento del rettore dell'università). Insomma, anche nella civilissima Inghilterra degli anni '20 le disparità etniche e sociali erano all'ordine del giorno, oggi come allora, e anche lo spirito dei Giochi era molto meno 'olimpico' di quello che si crede: coloro che infatti potevano permettersi di andare alle Olimpiadi erano gli atleti più ricchi, che potevano pagarsi le rette dei college più famosi e perfino allenarsi all'interno delle proprie tenute, spesso veri e propri schiaffi alla miseria (emblematica la scena di Lord Lindsay che sistema su ogni ostacolo una coppa di champagne). E, ogni caso, nessuno si sognava di andare lì e partecipare, arrivando perfino a ingaggiare allenatori professionisti pur di conquistare la vittoria, a ogni costo.

Abile nel conciliare momenti epici (le gare) con aspetti intimi e privati degli atleti, Momenti di Gloria è ancora a tutt'oggi il più bel film sportivo mai realizzato, unico nel suo genere a riuscire a trasmettere allo spettatore le emozioni, le sofferenze e più che altro le rinunce di chi dedica tutto se stesso al coronamento di un sogno. Il titolo originale è tratto da una poesia di William Blake ma, per una volta, lasciatemelo dire, quello italiano è infinitamente più bello.

Bring me my bow of burning gold
Bring me my arrows of desire!
Bring me my spear! Oh, clouds unfold!
Bring me my chariot of fire.
(W. Blake)

giovedì 26 luglio 2012

VENEZIA 69 : PARATA DI STAR



Pochi film, tante star. E' sempre prematuro misurare la qualità di un concorso cinematografico 'al buio', basandosi solo sui nomi, ma certo se il buongiorno si vede dal mattino la 69. Mostra del Cinema di Venezia nasce sotto i migliori auspici: la nuova gestione Barbera (sulla quale avevamo non pochi pregiudizi, non lo nego - vedi qui - e mai come stavolta saremmo felici di sbagliarci) è infatti partita col botto, snocciolando stamani in conferenza stampa un cast di autori come non se ne vedevano da anni, e che di certo porterà al Lido legioni di spettatori appassionati.

Pochi titoli, dicevamo, per ora solo 17 in concorso (ma con la speranza di aggiungerne uno, l'attesissimo The Master di P.T. Anderson, ancora in lavorazione), in modo da dare finalmente a ogni spettatore la possibilità di vederseli tutti in santa pace senza correre a perdifiato da una sala all'altra come accadeva negli ultimi anni...  Il 'carico da undici' sarà ovviamente Terrence Malick, regista di culto e ultimamente molto prolifico, che farà sbarcare al Lido To the wonder, intepretato Ben Affleck e Rachel Weisz, e pronto a portarsi a casa anche il Leone d'Oro dopo la Palma vinta l'anno scorso a Cannes con The tree of life. 

A contendergli il premio più prestigioso saranno soprattutto Brian De Palma, anche lui gradito ritorno, che presenterà Passion, torbido giallo a forte contenuto erotico, interpretato da Noomi Rapace e Rachel McAdams, e due registi venuti dall'oriente, anch'essi molto festivalieri, come il giapponese Takeshi Kitano (Outrage Beyond) e il coreano Kim-Ki-Duk (Pieta). Piccola curiosità: tra i film in gara non ci sono film cinesi, che invece erano il pallino dell'ex-direttore Marco Muller.

Le speranze italiane hanno un solo nome (e un cognome): Marco Bellocchio. Il cineasta di Bobbio è finalmente riuscito a portare a termine, dopo innumerevoli contrattempi, il suo ultimo film, Bella addormentata, liberamente ispirato alla tragica vicenda di Eluana Englaro e interpretato da Toni Servillo, Alba Rohrwacher e Isabelle Huppert. Si attendono polemiche a non finire da parte delle frange 'bacchettone' della stampa di casa nostra, ma vedrete che se vincerà piacerà improvvisamente a tutti... il nostro è uno strano paese. Abbastanza 'ornamentali', temo, le altre due presenze  tricolori: E' stato il figlio di Daniele Ciprì (sempre con Servillo) e Un giorno speciale di Francesca Comencini.
E ancora: tornano a Venezia Olivier Assayas, Brillante Mendoza e Ulrich Seidl, anche loro ormai 'habitue' della rassegna, e il nome nuovo che viene dall'America: Ramin Bahrani con il suo At Any Price, con Zac Efron e Dennis Quaid.

Nel corposo elenco dei 'Fuori concorso' troviamo poi film e registi di ogni genere: dal ritorno di Robert Redford con The Company you keep (con Shia LaBoeuf, Julie Christie e Susan Sarandon) ai documentari su Michael Jackson (Bad 25, firmato da Spike Lee) e Enzo Avitabile (diretto addirittura che da Jonathan Demme), per arrivare all'ultracentenario Manoel De Oliveira  con 'O gebo e a sombra'. Film d'apertura sarà (fuori concorso) The Reclutant Fundamentalist di Mira Nair.

Ma, consiglio spassionato, se siete veri appassionati di cinema, non perdetevi una delle sezioni più belle della Mostra: la retrospettiva dedicata agli ottant'anni della rassegna, che vedrà proiettati alcuni tra i più grandi capolavori della Settima Arte. Solo alcuni titoli: Il Caso Mattei, I Cancelli del cielo, Fanny e Alexander, Sunset Boulevard, Stromboli terra di Dio...insomma, c'è davvero tanta carne al fuoco e sarebbe davvero un peccato quest'anno non raggiungere il Lido. Ci vediamo a Venezia!!

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mercoledì 25 luglio 2012

JODIE 50 - I FILM - Il silenzio degli innocenti


Il suo compleanno è il 19 novembre, ma noi cominciamo a festeggiarla adesso... perchè? Perchè Jodie Foster, al traguardo del mezzo secolo, è l'attrice 'moderna' che a nostro modestissimo parere ha meglio omaggiato il Cinema in tutti i suoi aspetti: l'abbiamo vista crescere (letteralmente) dietro la macchina da presa, l'abbiamo ammirata in ruoli sempre diversi a seconda delle stagioni della sua (e nostra) vita, l'abbiamo seguita in ogni sua trasformazione artistica. Sì, Jodie ci piace parecchio, non l'abbiamo mai nascosto... non sarà una 'moral guidance' (come ha fatto con Clint Eastwood il settimanale FilmTv), ma per noi rappresenta la bravura, la professionalità, l'incarnazione per un lavoro che fin da subito le è entrato dentro. Jodie è una perfetta 'macchina per recitare'. E noi la ricordiamo con i suoi film, che ci hanno accompagnato per mano. Crescendo insieme a lei.


IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI (The silence of the lambs, USA 1991) di Jonathan Demme


In principio doveva essere Michelle Pfeiffer, che rifiutò schifata la parte definendola 'troppo cupa'. Anche Meg Ryan, all'epoca la 'fidanzatina d'America', non se la sentì di macchiare la sua immagine. Mentre Laura Dern era effettivamente troppo giovane per il ruolo... La 'leggenda' racconta che il regista Jonathan Demme si convinse a affidare la parte a Jodie Foster solo dopo aver visto la sua immagine sul manifesto del film. Jodie voleva assolutamente essere Clarice Starling, e forse fu un segno del destino: non capita tutti i giorni di passare alla storia del cinema dopo essere stata la quarta scelta per il ruolo della vita!

La sua Clarice, infatti, è uno dei ruoli femminili più belli di sempre. E se tutti ricordano Il silenzio degli innocenti in primis per la performance 'mostruosa' (in tutti i sensi)  di Anthony Hopkins, in un ruolo che gli resterà appiccicato addosso per la vita, il personaggio di Clarice è perfino commovente nel suo ritratto di giovane recluta che accetta di essere 'violentata' nella propria anima pur di salvare la vita di una vittima inerme.

Capolavoro assoluto, autentica esperienza visiva e (soprattutto) psicologica, il film di Demme è uno di quelli che ti segnano per sempre, ineguagliabile per l'incredibile forza malvagia che sprigiona e per la soggettiva che obbliga lo spettatore a mettersi sullo stesso piano dell'assassino, ad osservare senza essere visto l'ansimare al buio della propria preda.  Il silenzio degli innocenti è un trattato sulla pazzia, una tesi di laurea sull'orrore e la bestialità umana, girato sotto forma di thriller psicologico che attraverso un uso smodato e ossessivo dei primi piani va ben oltre i limiti della sopportazione, stordendoci con sequenze di insostenibile tensione, corredate impeccabilmente dalla partitura musicale di Howard Shore.

Una visione cupa, apocalittica, senza appello della società moderna. Il film sembra dirci che l'orrore è prima di tutto dentro di noi, nell'intimità dei nostri pensieri, e che tutti noi in primo luogo siamo i colpevoli della malvagità del mondo che ci circonda. Una società malata a tal punto da assuefarci a tutto, anche a personaggi come Hannibal Lecter, che anzi catturano morbosamente l'attenzione del pubblico 'malato' di cronaca nera.

Ed ecco perchè, allora, sentiamo disperatamente il bisogno di persone come Clarice Starling, capaci di restituirci una speranza e un'immagine 'umana' della giustizia terrena. Sono passati oltre vent'anni dall'uscita de Il silenzio degli innocenti, ma la carica emotiva di questa pellicola è ancora straordinariamente intatta, anche dopo decine di visioni  e passaggi televisivi. Negli occhi di Jodie c'è la consapevolezza che la normalità è ancora possibile. Una grande lezione di cinema e di vita.


domenica 22 luglio 2012

I GIORNI DELLA VENDEMMIA

(id.)
di Marco Righi (Italia, 2010)
con Marco D'Agostin, Lavinia Longhi, Gian Marco Tavani, Maurizio Tabani, Claudia Botti
VOTO: ****

C'è un ragazzino imberbe, che si fa le pippe in bagno ma che ha un libro di Tondelli sul comodino. C'è un padre che legge le preghiere a tavola con la moglie, ma di nascosto sbircia 'L'Unità'. C'è un 'popolo', quello di Sinistra, che ha perso il suo leader più amato e che vedere spuntare minaccioso il faccione di Bettino Craxi al telegiornale. Siamo nella campagna emiliana, l'anno è il 1984, il caldo opprimente sta per lasciare il posto alle serate fresche di Settembre, e la nuova stagione farà esplodere tutte le latenti contraddizioni obnubilate dall'estate, stagione falsa ed ipocrita per eccellenza ...

L'estate è quella della morte di Berlinguer, ma per papà William è già inverno. 'Come faremo ora, senza Enrico'? Questa è la sua unica preoccupazione, e il suo lavoro certo non aiuta. Lui di mestiere fa l'agricoltore, ed è tempo di vendemmia. Non so se vi è mai capitato di cogliere l'uva, è una di quelle attività che non richiedono preparazione, che disconnettono il cervello dal resto del corpo: le mani lavorano da sole e tu ti metti a pensare, a riflettere, a fantasticare... spesso non fa bene. E mentre i grappoli cadono nelle ceste, la testa lavora incessantemente, forse alla ricerca di una soluzione (e di un nuovo leader) che proprio non c'è.

Ma nella testa di Elia, adolescente carino e introverso, come (quasi) tutti i suoi coetanei, i pensieri sono ben diversi: vanno tutti a quella ragazza che ora si trova al mare a Cesanatico, mentre lui aiuta il babbo nella vigna. E alla quale non ha avuto il coraggio di dire niente. Tutto quello che gli resta di lei è una cartolina che fa da segnalibro. Fuori è caldo, gli ormoni ribollono, di notte non si dorme, ci vorrebbe proprio un bel temporale che lavasse tutto, che si portasse via una realtà che comincia a farsi sempre più stretta.

E il temporale puntualmente arriva. Anzi, un uragano. L'uragano Emilia, studentessa universitaria alle prese con la tesi che piomba nella vita di Elia con la forza un tornado: E' bellissima, adulta, disinibita. E' lì per ricavare qualche soldo e pagarsi un viaggio a Parigi, dove sogna di andare a vivere. Con o senza il suo ragazzo, tiene a precisare. Inutile dire che per Elia iniziano subito le 'relazioni pericolose' con la bella compaesana: per lui è l'inizio dell'età adulta, e nulla sarà più come prima.

Ovviamente non vi dico altro per non privarvi del piacere della visione di un'opera prima che, per una volta, non cerca nè di sorprendere per forza lo spettatore nè di tormentarlo con dubbi esistenziali e pianti repressi: il giovane regista Marco Righi è un tipo intelligente e umile che, al contrario di molti suoi 'colleghi' debuttanti, non si crede Orson Welles e non cerca di fare subito Quarto Potere... I giorni della vendemmia è un filmino succinto (dura 75 minuti) ma non esile, dalla storia non certo originale, ma con tutti gli 'ingredienti' al posto giusto: è una pellicola semplice, intima, acerba come i suoi protagonisti ma pronta a far sbocciare in chi la guarda gli stessi umori dei due ragazzi, ovvero complicità, freschezza, voglia di cambiare, ma anche una sottile inquietudine di fondo che, come ci si rende conto fin dalle prime immagini, non è affatto tipica soltanto di 'quell'età'.

Lo si vede, infatti, dal comportamento dei genitori (il babbo 'vedovo' inconsolabile di Berlinguer, la mamma bigotta e 'cieca' ai cambiamenti), e anche dal fratello maggiore di Elia, libertino, cittadino del mondo, ma ancora alla ricerca di un suo 'centro di gravità permanente'. Soltanto l'anziana nonna, apparentemente rincoglionita, in realtà capisce subito come vanno le cose,  in virtù di un passato che ormai si è fatto fin troppo opprimente. Ed è uno dei personaggi più belli.

Siamo dalle parti di Io ballo da sola, e certi movimenti di macchina (specie quelli sul corpo della ragazza) sono davvero molto 'bertolucciani'. Ovviamente è un complimento per un piccolo film indipendente, costato pochissimo, realizzato in due settimane con mezzi di fortuna, e distribuito nelle sale solo grazie al coraggio e la tenacia della sua produttrice, la quarantenne Simona Malagoli, che ha creduto nel progetto fin dall'inizio e resistito a tutte le difficoltà. Il film è stato premiatissimo all'estero e apprezzato in tutti festival di cinema 'indie' ai quali a partecipato. Se passa dalle vostre parti, non fatevelo sfuggire.

giovedì 19 luglio 2012

ROCK OF AGES

(id.)
di Adam Shankman (USA, 2012)
con Tom Cruise, Julienne Hough, Malin Akerman, Paul Giamatti, Diego Boneta, Catherine Zeta-Jones, Alec Baldwin
VOTO: ***

Sorpresa: per una volta un musical che non annoia mai, dalla prima all'ultima scena! Quasi un piccolo miracolo, considerato il genere... lo ammetto: non sono mai stato un grande amante del musical,  e tutto si può dire di Rock of Ages tranne che sia un capolavoro, ma quando un film come questo ti fa passare 123 minuti di puro divertimento, ritmo, senza mai guardare l'orologio, si può ben dire che ha raggiunto il suo scopo.

Rock of Ages è, infatti, intrattenimento puro. Nulla di più e nulla di meno. E non lo dico certo in senso dispregiativo: proprio il 'genere' è il punto di forza di questo film, che a null'altro mira se non a regalare allo spettatore esattamente quello che esso si aspetta: un romantico, nostalgico e vigoroso tuffo nel passato, scandito dai brani che hanno fatto la storia del rock. E nella portentosa colonna sonora non manca proprio nessuno degli 'eroi' degli anni '80: da Bon Jovi ai Guns N'Roses, ai Def Leppard, i Poison, gli Scorpions... tutti insieme appassionatamente per una pellicola che, deliberatamente, lascia ben poco spazio alla trama e si trasforma in una passerella trionfale per i propri interpreti, magari non sempre proprio 'funzionali' al film, ma tutti clamorosamente 'in parte', e calati davanti alla cinepresa con inusitata energia.

Primo fra tutti, ovviamente, Tom Cruise. Che, lo dico a scanso di equivoci, il sottoscritto ha sempre considerato un buon attore. Troppe volte ingiustamente snobbato, quasi sempre sottovalutato, spesso 'confinato' in ruoli insulsi, all'età fatidica dei cinquant'anni l'ex-marito di Nicole Kidman (e fresco di separazione da Katie Holmes) può finalmente permettersi di 'azzardare' a dar vita a un personaggio 'estremo', e lo fa dando l'impressione di divertirsi un mond: la sua interpretazione della viziatissima, pompata, fascinosa, tamarra rockstar dell'epoca è semplicemente goduria per i nostri occhi. Ma tutto il cast è amalgamato alla perfezione: anche i 'camei' dei vari Alec Baldwin, Paul Giamatti e Catherine Zeta-Jones si fanno vedere ben volentieri.

Poco importa, ripetiamo, che la storia sia elementare e risaputa, e la sceneggiatura abbastanza discontinua... tutto il film è un brillante pretesto per ascoltare buona musica e divertirsi con le gag di attori affiatati e in parte. E pazienza se, una volta usciti dal cinema, nella nostra mente non resteranno altro che le canzoni: ci siamo divertiti, abbiamo battuto mani e piedi al ritmo del rock puro, abbiamo canticchiato per due ore insieme agli interpreti... va benissimo così!

domenica 8 luglio 2012

RAPACITA'

(Greed)
di Erich Von Stroheim (USA, 1924)
con Zasu Pitts, Gibson Gowland, Jean Hersholt
VOTO: *****

"Ho diretto un solo film intero nella mia vita e me lo hanno mutilato e smembrato... a quei poveri resti è stato dato il nome di Greed..."

In realtà Erich Von Stroheim fu regista di svariati capolavori del cinema muto, ma considerava Greed (in italiano Rapacità) il film della sua vita, quello per il quale desiderava essere ricordato. E suo malgrado, in un certo senso fu davvero così: oggi, per tutti i cinefili, il nome Von Stroheim è sinonimo di gigantismo, megalomania, delirio di onnipotenza di un cineasta che faceva della perfezione maniacale e della magniloquenza della messinscena il suo marchio di fabbrica. Greed è considerato ancora oggi il film più costoso della storia del cinema: quasi mezzo milione di dollari spesi (una cifra folle per l'epoca) per una pellicola che, nella versione originale, arrivava a sfiorare le otto ore di durata. Troppe per un film muto, e per la Hollywood dell'epoca.

Per un beffardo destino, si può dire che Greed fu vittima proprio di quell'avidità che era il tema principale del film: era impensabile, infatti, che la MGM acconsentisse a distribuire nelle sale una pellicola muta di otto ore... sarebbe stato commercialmente un suicidio, e lo stesso Von Stroheim se ne rese conto, offrendosi spontaneamente di ridurla a una durata secondo lui più accettabile di quattro ore, da proiettarsi in due parti. Ma per la produzione erano ancora troppe e così, nonostante le veementi proteste del suo regista, il film fu scorciato ancora fino ad arrivare alla versione 'ufficiale' di appena 108 minuti, sforbiciando centinaia di scene ed eliminando interi personaggi. Fu così che il risultato ai botteghini fu un flop clamoroso, che fece di Greed il film 'maledetto' per antonomasia della storia del cinema...

Le mani scheletrite che accarezzano il denaro, emblema del film
Eppure, nonostante quello che vediamo oggi sia poco più che lo scheletro di un'opera monumentale e totalizzante, Greed lascia ancora stupefatti per la sua attualità, il suo magnetismo e la sua forza disturbante, oltre che per le tecniche registiche e recitative, che ne fanno ancora oggi oggetto di studio nelle scuole di cinema di tutto il mondo. Ma quello che interessa a noi è l'incredibile potenza evocativa di un film che, per tematica e impatto sociale, sembra davvero girato ai giorni nostri: temi come la cupidigia, l'avidità, l'avarizia, la nefasta piega di una società schiava del denaro e fondata totalmente su di esso, sono tristemente all'ordine del giorno, e debbono necessariamente farci riflettere.

Il banchetto nuziale, simbolo di opulenza e bestialità
La trama, come in tutti i grandi film, è semplice e universale: tratta dal romanzo McTeague di Frank Norris, è la storia di un uomo semplice e rude che s'invaghisce, ricambiato, della ragazza del suo migliore amico. Il matrimonio sembra andare a gonfie vele fino a quando la moglie, inaspettatamente, vince una somma spropositata alla lotteria del posto. Da quel momento il denaro cambierà radicalmente il carattere della donna, che diventerà ossessionata dalla paura di perdere il gruzzolo, riducendosi a vivere di stenti pur di non intaccare la somma. Ciò scatenerà ovviamente l'ira del marito, che per appropriarsi dei soldi finirà per strangolarla. Inseguito da tutti, l'uomo tenta una fuga disperata nel deserto, ma sarà raggiunto proprio dall'ex-amico, che non gli ha mai perdonato il fatto di avergli portato via la donna che adesso vale una fortuna. Il finale nella Valle della Morte, con i due contendenti che si uccidono a vicenda sotto la terribile canicola, con le monete d'oro ormai inutili sparse sulla sabbia, è forse il più famoso della storia del cinema, impossibile da dimenticare...


La scena finale, girata nella Death Valley
Greed si meritò la fama di film-maledetto anche per il modo in cui venne realizzato: pare infatti che Von Stroheim pretendesse dai suoi attori un realismo esasperato, arrivando perfino a fargli patire la fame e la sete, e obbigandoli veramente a camminare per giorni e giorni nel deserto senza lavarsi e senza coricarsi...

Ma aldilà di questi aspetti più o meno 'leggendari', ciò che rende la pellicola un capolavoro immortale è l'assoluta tragicità di fondo, esplicitata dalla totale negatività di tutti i personaggi, che tirano fuori il peggio di sè quando si tratta di venire a patti col Dio Denaro, oggi come allora unica causa di infelicità e conflitto. Anche per questo il film non brillò ai botteghini: l'America opulenta e bigotta dell'epoca non voleva costringersi a rispecchiarsi in una società che non riteneva possibile. Ma proprio nello stesso momento la Crisi si faceva già sentire nella vecchia Europa: erano i tempi della Repubblica della Weimar e dei prodromi del Nazismo, e il cinema (che come sempre riflette la Storia) dava alla luce film come Caligari, Nosferatu e Metropolis, indice evidente di un malcontento di fondo che di lì a poco avrebbe generato 'mostri' ben più terribili. E anche in questo Von Stroheim non si sbagliava.

domenica 1 luglio 2012

COME DENTRO UN FILM...


Death Valley, California


Avrebbe dovuto essere un diario di un viaggio desiderato da sempre, ma poi mi sono reso conto che non sono capace di scrivere diari. Non lo facevo nemmeno da piccolo. Poteva venir fuori una sterile raccolta di foto da postare su Facebook, ma che banalità! Però sentivo che qualcosa di questo viaggio dovevo pur scrivere: prima di tutto per me stesso, e anche per le molte persone a cui (non) ho detto la notizia, causa il mio proverbiale carattere da 'orso polare'. Ma cosa scrivere? Difficile, per uno che non riesce a tradurre molto di sè nero su bianco... Ma poi, cavolo! Come ho fatto a non pensarci prima? Di cosa scrivo su questo blog? E qual è il motivo che mi ha portato a prendere sette aerei in meno di due settimane, più di quanti non ne avessi mai presi prima in vita mia?

Rapacità (Greed, 1924)
Stiamo parlando di Cinema, ovviamente. E quando mi sono ritrovato nella Valle della Morte, a 47 gradi all'ombra, nel posto più assurdo, incredibile, selvaggio, innaturale del pianeta, come potevo non pensare al finale di Rapacità (Greed, 1924), con i due potagonisti che lottano come bestie per 'un pugno di dollari', condannati a morte certa? Come poteva venire in mente ad un essere umano di girare un film in un posto simile?  Von Stroheim fu il primo megalomane dell'immagine in movimento, e se Hollywood oggi è quella che è, molto lo deve alla sua 'pazzia'. Ma la vera pazzia, a dire il vero, è proprio quella della Natura, che sa regalarci luoghi come la Death Valley, assolutamente indescrivibili a chi non se li è mai trovati davanti.

Hollywood, Walk of Fame
Già, Hollywood. La famigerata, odiata, snobbata, vecchia Hollywood. Per molti cinefili spocchiosi (mi dispiace dirlo, quasi tutti sinistroidi...) la fucina di tutti i mali della Settima Arte. Hollywood è un piccolo quartiere di Los Angeles, ci si arriva lasciandosi alle spalle il lusso sfrenato di Beverly Hills, percorrendo il 'mitico' Sunset Boulevard: attraversato l'incrocio con il viale omonimo, ecco che cominciano a materializzarsi le prime 'stelle' della Walk of Fame. Ce ne sono tantissime, impossibile leggerle tutte, ma tutti i nomi incisi lì sopra ti rammentano che ti trovi in un posto che fa della magìa la sua essenza... e quando arrivi davanti al Chinese Theatre, o quando entri dentro al foyer del Dolby Theatre (sulle cui colonne sono incisi i nomi di tutti i film che hanno vinto l'Oscar, dal 1927 a oggi), capisci che ti trovi nella Fabbrica dei Sogni. Lo capisci ancora meglio se fai una visita a uno degli Studios più famosi: sono tutti lì: Universal, Warner, Fox, MGM, Paramount, Disney... e tutti hanno un solo scopo, stupire lo spettatore. Riuscendoci senza fatica. Il Cinema senza Hollywood non è, onestamente, immaginabile.

Grand Canyon, Arizona
Da Hollywood al Grand Canyon il passo è tutt'altro che breve. Sono quasi mille chilometri in mezzo al deserto dell'Arizona, con cui cominci a prendere confidenza con l'Immensità. Ore e ore di viaggio dove ti sembra di stare sempre allo stesso posto, mentre fuori fa un caldo infernale e solo i cactus (i celeberrimi 'saguaro' resi famosi da Jacovitti) ti fanno compagnia. E' il deserto, bellezza. Ma l'Immesità vera è solo quella del canyon, dove ti senti inevitabilmente insignificante, un microbo di fronte a tanta Grandezza. Inutile cercare di fare foto, inutile tentare acrobatiche panoramiche con la cinepresa... nemmeno sorvolandolo con l'aereo (uno scassato biplano che sembrava quello del Barone Rosso) riesci ad abituarti a quella voragine. Il Grand Canyon è lì a dirti che la Natura è regina, e che le beghe dei piccoli Umani non la sfiorano nemmeno con un dito. Chissà, forse Terrence Malick passò di qui prima di girare La sottile linea rossa...

Monument Valley
Dall'Arizona si sconfina nello Utah. Terra dei Mormoni, ricca e ingenerosa verso i suoi antichi abitanti. Già, perchè qui siamo nel territorio indiano, solo che ora i Navajos vivono in povertà, confinati nelle riserve e ridotti a scroccare mance ai turisti. Sono loro, infatti, che ti accompagnano nella Monument Valley, dove una volta erano i Padroni. A ricordarcelo fu per primo, tanti anni fa, un signore burbero e schivo, rugoso e con la benda su un occhio come un Pirata del Deserto. Si chiamava John Ford, e a chi gli chiedeva quale fosse il suo lavoro rispondeva semplicemente 'faccio western'. E ne fece davvero tanti in quel fazzoletto di terra, tanto che oggi la Monument Valley è, praticamente, uno dei simboli dell'America, al pari della Statua della Libertà o dell'Empire State Building. Qui tutto è davvero come uno se l'immagina: una cartolina a cielo aperto, di una bellezza quasi sfrontata, che ti tratterrebbe a vita tra quei monoliti di roccia se il gentile autista navajo non ti dicesse che il sole sta per tramontare, e la visita è finita...

La Route 66 nei pressi di Williams, Arizona
Gli indiani hanno pure la loro antica capitale, Kayenta, oggi piccola cittadina piena di negozietti acchiappa-turisti. Niente di cui valga la pena soffermarsi, meglio proseguire. Una visita ai parchi di Zion e Bryce Canyon è d'obbligo, specialmente quest'ultimo, con i suoi pinnacoli di roccia che cambiano colore a seconda della luce del sole. Da tempo una sua riproduzione faceva bella mostra nel mio soggiorno, forse era un segno del destino... Si prosegue. Per un attimo i nostri cavalli (purtroppo solo a vapore) percorrono nientemeno che la 'mitica' Route 66, la madre di tutte le strade, attraversando motel (che ci ricordano inevitabilmente Psycho) e pub affollati di Harleysti nostalgici. Ma non c'è tempo per la nostalgìa: inforchiamo l'Interstate 15 e siamo pronti per l'ultima mèta: la capitale incontrastata della Perdizione e della Voluttuosità, la Disneyland per adulti, la Città che non dorme mai...

Las Vegas ci appare già dall'inizio come un incredibile scherzo della natura: si materializza dal niente, nel bel mezzo del deserto del Nevada, e sembra subito un miraggio: enormi grattacieli e milioni di persone che brulicano impazzite nonostante il caldo soffocante e appiccicoso. E' inutile fare finta di nulla: se è la prima volta che la vedi, non puoi non restarne affascinato. Un po' come Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Per noi piccoli turisti di provincia, Las Vegas ci inebria, ci lascia inizialmente a bocca aperta. Miriadi di luci, colori, zampilli, limousine, donne bellissime, negozi lussuosi, alberghi immensi. Sembra proprio una favola.
Las Vegas, Nevada
Una favola che dura poco, però. Perchè ti accorgi immediatamente che tutto è finto... Qui in realtà pochi si divertono, perchè se non sei un giocatore a Las Vegas ci fai poco. Anzi, quasi nulla. Puoi andare per negozi oppure fare il giro degli alberghi, talmente kitsch da fare ridere, ma non ci metti molto ad annoiarti. A Las Vegas fai la fila per tutto: per salire in ascensore, per andare a mangiare, per prendere un taxi, per pagare nei negozi, persino per salire in camera... e se non ti ricordi il numero della camera, è praticamente impossibile ritrovarla: ci sono alberghi con oltre 5.000 stanze! Più Via da Las Vegas che Ocean's Eleven insomma...

Solo il tempo di volare a San Francisco, ammirare il Golden Gate, fare le valigie, e si ritorna a casa. Con la testa frastornata, l'organismo scombinato, e negli occhi ancora questa magnifica pellicola che si è sviluppata in questi giorni. L'America è come il bel cinema. L'America E' il cinema. Ti fa sognare, e staccarsene è difficile. Si accendono le luci, scorrono i titoli di coda, ma tu sei sempre lì. Senza volertene andare...
Come dentro un film.