domenica 20 gennaio 2013

DJANGO UNCHAINED

(id.)
di Quentin Tarantino (USA, 2012)
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Kerry Washington, Samuel L. Jackson
VOTO: *****/5

Diavolo di Quentin, questa volta ci hai davvero fregati tutti... abbiamo fatto appena in tempo a vedere i titoli di testa del tuo Django, con quelle scritte rosso fuoco e la musica di Luis Bacalov intonata da Rocky Roberts, che già eravamo rassegnati a commentare il tuo 'solito' sgangherato omaggio alle antiche passioni trash italiche, con l'altrettanto consueto campionario di dialoghi verbosissimi, citazioni fino allo sfinimento, personaggi strampalati e, ovviamente, violenza a fiumi.

E invece... beh, i dialoghi verbosissimi ci sono ancora, così come le innumerevoli citazioni e i personaggi assurdi. Per non parlare della violenza in quantità industriale. Ma ecco la prima sorpresa: questa volta con le pallottole ci si fa male davvero: ognuna di esse va a segno e, soprattutto, lascia il segno. Uccide. E a ogni morto ammazzato fanno da contraltare il dolore, la rabbia, la sete di vendetta. Per la prima volta la decantata violenza tarantiniana non è nè innocua, nè volutamente grottesca e sopra le righe come eravamo abituati: è violenza vera, dolorosa, necessaria, e non ci vengono affatto risparmiate le conseguenze e le lacrime che essa genera.

La seconda grande sorpresa è che Django Unchained è un film innegabilmente politico: l'omaggio a Sergio Corbucci e allo spaghetti-western dura una manciata di minuti, giusto il tempo dei panorami iniziali, poi sullo schermo si vedono schiavi ne(g)ri incatenati e malnutriti, alla mercè dei latifondisti bianchi. Poi arriva un cacciatore di taglie tedesco che si finge odontoiatra (Christoph Waltz, che replica il ruolo di Bastardi senza gloria, seppure dalla parte dei 'buoni') , capitato chissà come lì, da qualche parte nel Texas, e decide che è il momento di imbarcarsi in un'avventura folle per i tempi che corrono: aiutare lo schiavo ne(g)ro che ha appena liberato (Jamie Foxx) a ritrovare sua moglie, anch'essa di colore, che di nome fa Brunilda (come nella canzone dei Nibelunghi), parla anche lei il tedesco ed è dispersa in qualche piantagione di cotone dell'immenso Sud...

Questa è la durissima e geniale provocazione che Tarantino rivolge al proprio paese: usare il western, vale a dire il genere cinematografico che più di ogni altro incarna l'essenza e i valori dell'America, come un grimaldello per scardinare il falso mito del Sogno Americano e di un'epopea che chi scrive la Storia, ovvero i vincitori, ci hanno sempre descritto come eroica e ammantata dal Mito, ma che invece si rivela lugubre e macchiata dal sangue di tante vittime innocenti. Un Paese che è nato e cresciuto nel segno della violenza e del razzismo, e che ha sacrificato i più deboli sull'altare della Ragion di Stato. Siamo dalle parti di Gangs of New York e, volendo, di Nascita di una nazione, anche se la memoria corre soprattutto a Gli Spietati di Eastwood, altro grande western demistificatorio e coraggioso, pietra miliare del filone 'revisionista'.

Come nel precedente Bastardi senza gloria, anche in Django Unchained Tarantino vuole riscrivere la Storia a modo suo, ribaltando tutto quello che finora avevamo immaginato sul Mito della Frontiera: qui gli schiavi sono colti, intelligenti e fieri, mentre gli stranieri (nel nostro caso il dentista tedesco Schultz) sono quelli che portano in giro per il mondo gli ideali di giustizia e libertà. Gli americani invece vengono descritti come un popolo razzista, gretto, ignorante, violento, dedito esclusivamente all'accumulo di enormi ricchezze costruite sulle spalle della povera gente. Non c'è infatti nel film un solo personaggio bianco che si salva (in tutti i sensi, sia moralmente che fisicamente), perfino l'anziano maggiordomo di colore dell'aguzzino schiavista, ormai totalmente asservito al padrone, non verrà risparmiato dalla sete di vendetta di Django, esattamente come Hitler, nel film precedente, finiva bruciato vivo dietro le quinte di un cinema.

Django Unchained è il film più bello, importante e riuscito di Quentin Tarantino. Non solo, ci vogliamo sbilanciare: è uno dei più grandi western di sempre, per il messaggio che restituisce e per l'enorme lezione di cinema e di civiltà che trasmette allo spettatore, oltre che uno dei più accorati appelli contro il razzismo e la stupidità umana: e se la scena in cui viene ridicolizzato il Ku-Klux-Klan ci fa sorridere e allentare la tensione, non possiamo invece negare la sinistra inquietudine che ci pervade quando assistiamo alla raccapricciante sequenza del teschio, in cui il ricco e spietato proprietario terriero (Leo Di Caprio, come al solito bravissimo) teorizza la sua delirante giustificazione 'scientifica' della schiavitù, esattamente come il nazismo faceva con gli ebrei. La storia si ripete sempre, ci dice il regista, e pazienza se la ricostruzione non è accurata e filologica come 'si dovrebbe fare': mai come in questo caso il risultato finale è infatti più importante della confezione. Con buona pace di Spike Lee e degli anti-tarantiniani duri e puri, che (stupidamente) non cambiano mai idea.

13 commenti:

  1. Anche io l'ho associato profondamente a Gli spietati.
    Film bellissimo e, come giustamente dici, profondamente politico.
    Io ne parlerò martedì.

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    1. Aspetto la tua recensione, allora! :-D

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  2. io sono un tarantiniano eppure per me questo film non rientra nella mia top three di Tarantino, neanche nella top 5.Ho letto molte delle cose che hai citato ma le ho prese un po' meno bene di te, mi sono sentito un po' preso per i fondelli da uno che comincia a specchiarsi...il mio voto è stato un 6 politico perchè mi sono divertito ma secondo me Tarantino sta cominciando a ripetersi...

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    1. E' proprio strano... :-D Ho sentito diversi 'tarantiniani' come te dire la stessa cosa: Tarantino comincia a ripetersi. E invece io, che 'tarantiniano' non sono mai stato, ho pensato proprio l'opposto: è il primo film dove FINALMENTE c'è un messaggio serio, maturo e innegabilmente politico, lontano dai 'divertissement' delle ultime opere. E' il primo film che non spettacolarizza la violenza, che non è (troppo) sopra le righe, che mostra FINALMENTE le conseguenze di tutto il sangue che zampilla copioso... E' un Tarantino 'adulto' e schierato: in nessun'altro film mi era parso così.

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  3. Bella recensione! Devo recuperare Gli spietati!

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    1. Ciao Antonella! Se non lo hai visto, devi recuperarlo assolutamente! Per me (e non solo per me) 'Gli Spietati' è uno dei dieci western più belli della storia del cinema. Senza esagerare.
      So bene che può sembrare contraddittorio paragonare la regìa asciutta, essenziale, rigorosa di Eastwood alla proverbiale verbosità di Tarantino... eppure, aldilà dello stile (che è chiaramente personale) i contenuti sono alquanto simili: è un film che 'demistifica' il genere e, di conseguenza, distrugge il Sogno Americano. E lo fa con classe e inventiva, riuscendo a mantenere il giusto equilibrio tra spettacolo ed etica. Bellissimo.

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  4. Mi è piaciuto, ma definirlo uno dei più grandi western di sempre mi pare un tantino esagerato :)
    Saluti!
    Mauro

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    1. Eppure Mauro... guarda che sono nel pieno possesso delle mie facoltà mentali! Ovviamente sono consapevole che è un'affermazione azzardata, e che solo il tempo sancirà la verità, però a me questo western è piaciuto da matti: insomma, ci vedo il capolavoro. Per me non ha niente da invidiare a Eastwood e Peckinpah, per i temi che tratta e per COME li tratta. Ma avremo tempo per riparlarne :-)

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    2. Il tempo è galatuomo! :)

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  5. Lo vedrò venerdì...di più non posso dire ancora...(tranne complimentarmi per la tua bella analisi, ovvio) ;-)

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    1. Grazie! E aspetto il tuo commento con vivo interesse! :-))

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  6. Ciao! Finalmente sono riuscita a vederlo anch'io! Hai ragione, è veramente un grandissimo film, e la cosa strana sai qual'è? Che è piaciuto più agli spettatori neutrali che ai fan di Tarantino veri e propri! Eppure io che adoro il "mio" Quentin l'ho trovato superlativo come sempre, anche se ovviamente ho notato le differenze che hai scritto tu. Però lo stile è sempre quello, ma come si fa a sentirsi "traditi"??? Evviva Tarantino!!!

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    1. Hai ragione, Elena: è davvero difficile sentirsi 'traditi' da un film del genere, a patto di non essere 'integralisti' nell'adorazione di Tarantino. Che però, va detto, è uno dei cineasti più iconizzati della Storia del Cinema (e anche uno dei pochi il cui nome, al botteghino, vale più degli attori stessi). Tarantino ha una schiera di fan che rasentano la venerazione, e sappiamo bene quanto questo sia alla lunga deleterio, proprio perchè alla fine si resta schiavi di un personaggio...

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