lunedì 29 aprile 2013

COME FOSSE IERI...

Meloricordocomefosseora.
Il sottoscritto aveva quattro anni in quel memorabile 1976. Eppure davvero mi ricordo tutto, in particolar modo la faccia di mio padre alla vista del fuoco: non avevamo ancora la televisione a colori in casa, ma vi assicuro che le fiamme fanno impressione anche in bianco e nero... le fiamme erano quelle della Ferrari di Niki Lauda, il circuito quello del Nurburgring (Germania), la tragedia quella che si stava consumando alla curva del Bergwerk dove il bolide rosso aveva sbattuto prendendo fuoco: il pilota austriaco aveva perso conoscenza dopo l'urto e stava bruciando vivo. Fu solo grazie al coraggio di tre colleghi (tra cui il nostro Arturo Merzario, unico a tuffarsi in mezzo alle fiamme per estrarlo) che Lauda oggi può raccontare quel giorno terribile... e allo stesso tempo scherzarci sopra, come qualche volta gli capita: ancora oggi può vantarsi (parole sue) di essere 'l'unico pilota al mondo ad aver vinto due titoli mondiali dopo l'estrema unzione'.

venerdì 26 aprile 2013

COME UN TUONO

(The place beyond the pines)
di Derek Cianfrance (USA, 2012)
con Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes, Rose Byrne, Ray Liotta
VOTO: ***/5

The place beyond the pines non è altro che il posto dove il 'selvaggio' Luke (un Ryan Gosling monoespressivo ma efficace) si rifugia per scaricare la rabbia e le nevrosi di una vita ribelle: le persone normali lo farebbero passeggiando silenziosamente lungo la strada o dando calci alle pietre per terra. Lui, stuntman circense e asso delle due ruote, lo fa spingendo a manetta la sua moto, unico modo per sfogare la sua frustrazione di padre improvvisato. Come reagireste voi se dopo una vita ambulante e piena di eccessi veniste a sapere di essere padre di un bimbo nato dalla relazione di una notte? Il protagonista del film lo fa nel modo più cinematografico possibile: mosso da improvviso raptus paterno, molla in un istante la sua esistenza 'esagerata' per mettere la testa a posto e garantire un futuro al figlio. Peccato (piccolo dettaglio) che la madre non ne voglia sapere. Ma lui non molla: deciso comunque ad aiutare almeno economicamente il piccolo, non trova di meglio che mettersi a rapinare banche. Veloce, scaltro, imprendibile con la sua moto, diventa un divo del male, una specie di Vallanzasca newyorchese. Troverà ovviamente a sbarrargli la strada il classico poliziotto 'buono' (interpretato dal sempre più convincente Bradley Cooper) che non lo mollerà di un centimetro...

Fin qui siamo solo a un terzo del film. Più che sufficiente per farci un'idea: Derek Cianfrance è lo stesso regista di Blue Valentine, titolo per certi versi molto simile a questo. Cinema orgogliosamente indipendente ma anche molto, molto ingenuo: Come un tuono (stendiamo l'ennesimo velo pietoso sulla traduzione italica) è un filmone avvincente ma scontato, dagli sviluppi assolutamente prevedibili: l'unica scelta coraggiosa, dobbiamo dirlo, è quella di far 'sparire' il protagonista Ryan Gosling dopo nemmeno un'ora di proiezione (e infatti gli incassi ne hanno risentito parecchio...). Il resto della storia si incanala ben presto verso il filone generazionale: il piccolo, ormai adolescente, sa come cavarsela e come stare lontano dai guai. Ma nulla potrà contro il destino segnato che gli mette accanto un compagno di giochi molto particolare, guardacaso figlio del poliziotto che tre lustri prima aveva reso difficile la vita al padre... e allora ecco che il cerchio si chiude, trasformando la pellicola in un dolente spaccato di un' America profonda e sconosciuta ai più.

Cianfrance cerca di unire nelle tre parti del film la spettacolarità e la violenza di un 'action' ruvido e
nient'affatto patinato con l'afflato quasi epico di un noir generazionale: il risultato, come detto, non è memorabile e piuttosto discontinuo, ma le interpretazioni di tutti gli attori sono decisamemente sopra la media. Compresa quella di
Gosling, che però a forza di interpretare questi ruoli da 'bello e tenebroso' (e anche molto silenzioso) rischia di diventare schiavo di un personaggio che non rende giustizia alla sua bravura. E chi lo ha visto in Lars e una ragazza tutta sua e Le Idi di Marzo sa cosa intendo. Bellissima, infine, la colonna sonora di Mike Patton, molto evocativa e coinvolgente, capace di non farci mai dimenticare il destino segnato dei protagonisti del film.

sabato 20 aprile 2013

HITCHCOCK

(id.)
di Sacha Gervasi (USA, 2012)
con Anthony Hopkins, Helen Mirren, Scarlett Johansson, Jessica Biel, Toni Collette, James D'Arcy, Danny Houston
VOTO: ***/5

Ci vuole coraggio e una buona dose d'incoscienza per fare un film su un 'intoccabile' come Alfred Hitchcock. Intanto, perchè ti esponi inevitabilmente a confronti difficilissimi con l'originale, e in secondo luogo perchè è chiaro che i fan dell'originale non ti perdoneranno nulla, pronti a setacciare col microscopio ogni 'imperfezione' o inesattezza di ciò che stai raccontando. Va detto però che il debuttante Sacha Gervasi, altro buon sceneggiatore che ha deciso di fare il grande passo verso la regia, ha deciso quantomeno di contenere il rischio limitando, per così dire, il raggio d'azione...

Il suo Hitchcock infatti non è un biopic in senso stretto, ma circoscrive il racconto ad un momento particolare della vita del grande cineasta, nella fattispecie la lavorazione e la distribuzione del suo film più conosciuto e amato, nonchè il suo più grande successo commerciale. Parliamo ovviamente di Psycho, titolo fondamentale per legioni di cinefili, la cui storia è davvero un film dentro al film. Nato quasi per scommessa, voluto tenacemente dal suo creatore più per sfida personale con se stesso che per effettivo bisogno, Psycho è stato il titolo più travagliato e complesso del cocciuto 'Hitch', un condensato della sua anima, dove vi possiamo ritrovare tutte le sue grandi passioni, o ossessioni che dir si voglia...

Agli spettatori, fan o meno, viene lasciato il giudizio sul personaggio: autore geniale, incontenibile, autentico genio della suspance e profondo scandagliatore di coscienze, esemplare nel suo lavoro. Ma anche un uomo ossessivo, accecato dai suoi ideali di perfezione (soprattutto femminili), maniacale sul set quanto scrupoloso e metodico nella vita privata. Un uomo che teneva sulla scrivania tutte le foto delle sue attrici preferite, di cui ogni volta platonicamente s'innamorava, e allo stesso tempo gelosissimo della fidata moglie Alma, sua vera ancora di salvezza e donna di enorme spessore e pazienza, umile ma allo stesso tempo determinata, compagna inseparabile nonostante il carattere 'impossibile' del marito, disposta a sacrificare tutta se stessa (e il suo talento di scrittrice e sceneggiatrice) per mettersi a disposizione del suo amato Hitch. Nonostante tutto, verrebbe da dire.

Non sappiamo quanto il film di Gervasi sia fedele nel suo racconto, e del resto non ci importa. Non è un documentario, è fiction. E ci sembra che la pellicola tutto sommato funzioni, a condizione che si riesca a sopportare una certa compiacenza del regista nel riempire di citazioni cinefile i cento minuti di durata, a dir la verità non tutte necessarie. Ma forse ai cinefili più incalliti andrà bene anche così, del resto credo che un film del genere si rivolga soprattutto a loro. Lo spettatore sprovveduto, quello che va al cinema due-tre volte l'anno, troverà del tutto incomprensibile questo ritratto di un signore corpulento, irascibile, un po' psicotico, inopinatamente adorato da ragazze bellissime e ben più giovani di lui.

La regia di Gervasi non è certo da antologia, ma Hitchcock scorre via sicuro e senza cedimenti, mantenendo un buon ritmo e dosando al punto giusto situazioni ironiche e drammatiche. Ma buona parte della riuscita è merito degli interpreti, soprattutto donne: se Anthony Hopkins riesce a rendere comunque credibile una  trasfigurazione non troppo somigliante e appesantita dal trucco, le attrici principali sono tutte bravissime, a cominciare da una splendida Helen Mirren, assolutamente affascinante e magnetica malgrado le rughe e le imperfezioni dell'età. Ma anche le bellissime Scarlett Johansson e Jessica Biel non sfigurano nei loro ruoli (quelli, rispettivamente, di  Janet Leigh e Vera Miles). Vestite con splendidi costumi e portatrici naturali di sensualità, sono un'autentica gioia per gli occhi.

lunedì 15 aprile 2013

LA CITTA' IDEALE

(id.)
di Luigi Lo Cascio (Italia, 2013)
con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Massimo Foschi, Alfonso Santagata, Catrinel Marlon, Alda Burruano, Roberto Herlitzka
VOTO: ****/5

E' incredibile come la realtà, a volte, superi davvero la fantasia... Per un beffardo scherzo del destino, il film del debuttante alla regia Luigi Lo Cascio arriva in sala proprio nel momento più difficile per la 'città ideale' del titolo, ovvero Siena, travolta dal ciclone che ha colpito la sua banca e la sua dignità. Lo confesso, per me che sono senese di provincia e di mestiere faccio il bancario al Monte dei Paschi, questa pellicola è sconvolgente nel suo simbolismo, addirittura clamorosa per il modo in cui, in tempi non sospetti (è stata presentata alla Mostra di Venezia, nel settembre scorso) anticipava la tempesta che di lì a poco avrebbe spazzato via quel 'groviglio armonioso' su cui si reggeva una città (e un sistema politico-economico) che, forse per troppo tempo, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.

Per Michele Grassadonia (Luigi Lo Cascio), architetto trentenne single e maniaco-ecologista, Siena è appunto il miglior luogo possibile dove poter vivere secondo i propri ideali, che sono quelli di un ambientalista radicale deciso a dimostrare a se stesso e alla collettività che si può, nel rispetto della natura e del territorio, rinunciare all'acqua corrente, all'elettricità e al gas, sperimentando fonti di energia 'alternative' ricavate attraverso strani marchingegni che costituiscono l'unico arredo del suo spartanissimo appartamentino in pieno centro storico. Michele è 'talebano' nei suoi principi, applicati in maniera ferrea anche ai suoi colleghi di lavoro (non tollera che si fumi, che si accendano le luci troppo presto, così come il riscaldamento...) e, in generale, a chiunque incontri sul proprio cammino.

Succede però che in una terribile sera piovosa Michele viene convinto, controvoglia, a prendere la macchina per dare un passaggio a una bella collega che non vuole far scoprire i propri 'altarini'. Usare l'auto è contro i suoi principi, ma vistosi costretto si fa prestare un modello ibrido da un amico: peccato però che la scarsa visibilità e l'asfalto scivoloso lo coinvolgano in un piccolo incidente stradale: sceso a controllare il danno, si accorge che a poca distanza da lì c'è sdraiato per terra il corpo esanime di un essere umano... Da cittadino ligio al dovere e ai propri principi morali, chiama immediatamente la polizia locale per i soccorsi, non sospettando minimamente che per lui sarà l'inizio di un incubo senza fine, che gli farà aprire gli occhi sul marciume e l'ipocrisia di una società opulenta e benpensante come la nostra...

 Luigi Lo Cascio sceglie per il suo debutto alla regìa un soggetto coraggioso e difficile, dalle suggestioni kafkiane e dal chiaro impatto teatrale, volto a dimostrare allo spettatore l'amarezza e la disillusione di chi si ostina a credere nei valori della giustizia e dell'onestà. Lo ripetiamo, visto oggi il film anticipa clamorosamente lo sfascio culturale e morale di una città e un sistema che, appena qualche mese dopo, sarebbe imploso fino a scuotere sonoramente le coscienze di chi fino allora aveva sempre tenuto latesta sotto la sabbia,  facendo finta di non sapere come nella migliore tradizione italica.

 Ovviamente è una pura coincidenza, Lo Cascio era certamente all'oscuro di tutto in fase di progettazione del film, e per questo la visione di questa pellicola assume davvero sfumature inquietanti e impensabili. Il film è molto bello, certamente non perfetto e con molte parti un po' scollegate dalla trama, ma mai come in questo caso le sensazioni che ci trasmette valgono davvero molto più di un semplice movimento di macchina.

sabato 13 aprile 2013

OBLIVION

(id.)
di Joseph Kosinski (USA, 2013)
con Tom Cruise, Olga Kurylenko, Andrea Riseborough, Morgan Freeman, Melissa Leo
VOTO: **/5

Ingredienti per realizzare Oblivion: prendete, a vostro piacimento, idee, temi, spezzoni, personaggi da almeno una decina di film di fantascienza epocali (i 'soliti' 2001, Matrix, Il Pianeta delle Scimmie, Mad Max, perfino - te pareva - qualche spruzzata di Solaris), mescolate ben bene, aggiungeteci un regista e un direttore della fotografia molto a loro agio con le atmosfere asettiche e soffuse della computer-graphics, e otterrete un frullato di fantascienza moderna, molto fascinoso, abbastanza confuso, decisamente inconsistente ma almeno non indigeribile. Non si può dire infatti che Oblivion sia un brutto film: del resto se le due ore e venti di durata scorrono tutto sommato fluide significa che non provoca sofferenza, ed è già qualcosa. Peccato però che film come questo te li dimentichi un quarto d'ora dopo essere usciti dal cinema, e non è un difetto da poco per un film ad alto budget che accampa perfino qualche pretesa autoriale.

Oblivion infatti, pur essendo una pellicola inevitabilmente commerciale, non fa mistero di volersi inserire in quel filone di fantascienza adulta e riflessiva di cui il regista Joseph Kosinski ritiene arbitrariamente di far parte solo per aver diretto un film come Tron Legacy, per certi versi molto simile a questo ma parecchio più noioso... andateglielo a spiegare però che non bastano scenografie fluorescenti e strizzatine d'occhio alla sci-fi stile anni '70 per inserirsi nel club dei cineasti di culto: certo, per onestà bisogna ammettere che siamo ben lontani dalle pellicole fracassone e piene di effettacci visivi alla Independence Day, però va anche detto che la distanza da, che so, Inception oppure Another Earth (tanto per citare film davvero d'autore, belli o brutti che siano) è davvero siderale...

Siamo dunque nel 2077. In una Terra come al solito devastata dall'immancabile guerra atomica sopravvivono soltanto due esseri umani: il 'tecnico' aggiustatore di droni Jack Harper (Tom Cruise) e la sua compagna di missione e di vita Victoria 'Vika' Olsen (Andrea Riseborough). Abitano in una stupenda casa di vetro sospesa sopra il cielo, con tanto di piscina e palestra rigorosamente trasparenti e clamorosamente modaioli, ed il loro compito è quello di difendere le enormi turbine idriche (che forniscono acqua a ciò che resta della razza umana, trasferita con la forza su un satellite di Saturno) dagli attacchi di misteriosi pirati dello spazio chimati Scavengers. La loro missione finirà tra una quindicina di giorni e già si stanno preparando alle agognate vacanze, quando una navicella spaziale non bene identificata si schianta nel deserto: muoiono tutti tranne una sola componente dell'equipaggio, la belllissima Julia Rusakova (Olga Kurylenko) ibernata in una capsula da sessant'anni e subito 'scongelata' (senza un capello fuori posto) dall'aitante Jack. Che, incredibilmente, è convinto di conoscere quella donna...

Di più sulla trama non è concesso dire, pena privarvi dell'unico spunto d'interesse per vedere Oblivion. Sappiate però che siamo solo nella primissima parte del film e che la storia è piuttosto complicata (anche troppo) e non sempre molto coerente. La parte iniziale è anche quella meglio riuscita, dove vengono stese le basi del racconto e descritta l'ambientazione, assolutamente di gran classe (così come lo era in Tron Legacy): gli interni della base, le location, le scenografie, la musica si fanno decisamente ammirare per accuratezza dei dettagli e invenzioni visive. E al fattore estetico concorrono, ovviamente, anche le fisicità dei personaggi: Olga Kurylenko è un'ex-modella e si vede ancora molto bene... mentre riguardo Tom Cruise bisogna dire che, seppur palestratissimo e gonfiato fino all'inverosimile, i suoi 51 anni se li porta davvero alla grande, e la sua presenza scenica e autoriale è davvero notevole. Tanto di cappello.

Quello che non funziona in Oblivion è proprio l'inconsistenza del film: la fantascienza è uno splendido genere cinematrografico, adattissimo per filosofeggiare sul presente e lanciare spunti di discussione e riflessioni sul nostro futuro e sulla nostra società. I film di fantascienza più belli sono quelli che ti fanno ragionare e usare il cervello, che ti sanno aprire gli occhi sui possibili scenari futuri del genere umano, e spesso metterti in guardia. In Oblivion di tutto questo c'è molto poco: come un pacco regalo di grandi dimensioni, dalla confezione impeccabile, ma dal contenuto decisamente vuoto.

martedì 9 aprile 2013

SAOIRSE, LA PICCOLA IRLANDESE CHE HA CONQUISTATO HOLLYWOOD


Il suo nome in gaelico significa 'libertà' , e ne va molto fiera: del nome, e delle sue origini irlandesi intendo. Perchè Saoirse Ronan è irlandese purosangue, e nonostante il successo, la nomination all'Oscar e i copioni che le cadono a pioggia sulla testa, continua per scelta a vivere in un minuscolo villaggio della sue terra natìa: un posto dove 'si conoscono tutti' e dove si può sempre camminare per strada senza essere troppo infastiditi dai fan...

Sì, perchè anche se ormai è grandicella (si fa per dire... è nata il 12 aprile 1994), la bella Saoirse ha già fatto breccia a Hollywood, dove è considerata un'attrice di enorme talento, oltre che una stella di prima grandezza: niente male per una ragazzina così giovane eppure già così 'magnetica'. Del resto gli spettatori più attenti se n'erano accorti fin dal 2008, quando la tredicenne (!) irlandese tenne testa brillantemente nientepopodimenoche a Keira Knightley, interpretando il ruolo della perfida sorellina minore in Espiazione di Joe Wright, che le fece addirittura sfiorare l'Oscar come miglior attrice non protagonista.

Ma, senza nemmeno andare troppo indietro, tutti la ricorderete certamente nel suo ruolo più bello e complesso: quello della tenerissima e sensibile Suzie Salmon in Amabili resti di Peter Jackson. Grandissima ed emozionante l'intepretazione della Ronan, nella parte di una giovanissima studentessa che viene adescata e uccisa da un maniaco, e che cerca di far scoprire il suo assassino lanciando segnali dall'aldilà. Il film è tutto costruito su di lei, e grande è il merito di Saoirse nel non far scadere nel grottesco una storia terribilmente difficile da portare sul grande schermo.

Amabili Resti
La ragazzina è brava, decisamente. Ed ha una volontà di ferro, unita a un'intelligenza fuori del comune: ha un proprio manager al seguito ma sceglie i copioni esclusivamente da sola (nemmeno i genitori hanno mai avuto voce in capitolo, nemmeno a tredici anni!), basandosi su personaggi non convenzionali e anche rischiosi, oltre che diversissimi tra loro. Ne è la prova la sua performance tutta 'muscoli' in Hanna, dove veste i panni di una piccola Nikita bionda platino alle prese con un intrigo internazionale ben più grande di lei. Ma ormai siamo già ai giorni nostri: è del 2013 il suo primo film da assoluta protagonista, ovvero The Host (tratto dall'ultimo bestseller di Stephanie Meyer, quella di Twilight, e diretto da un 'guru' della fantascienza come Andrew Niccol), cui seguono il bellissimo (e già "cult") Grand Budapest Hotel di Wes Anderson e, dulcis in fundo, il ritorno in patria con Brooklyn di John Crowley che le regala la seconda nomination all'Oscar.

The Host
Capelli biondissimi, corporatura filiforme, due occhi meravigliosi e dolcissimi che hanno già 'stregato' milioni di spettatori. Segnatevi il nome di questo piccolo angelo: questa scheda è 'work in progress' come poche... di Saoirse Ronan ne sentiremo parlare ancora. Eccome!

sabato 6 aprile 2013

THE HOST

(id.)
di Andrew Niccol (USA, 2013)
con Saoirse Ronan, Diane Kruger, Max Irons, Jake Abel, William Hurt
VOTO: ***/5

In molti l'hanno definito 'la versione fantascientifica di Twilight', non senza motivo: tratto anche questo dall'ennesimo best-seller della 'famigerata' Stephenie Meyer, The Host in fondo non è troppo diverso dalla saga vampiresca più celebre (e spernacchiata) degli ultimi anni. Il canovaccio è praticamente lo stesso: un amore impossibile tra persone di razze, culture e mondi assolutamente diversi e ovviamente in antitesi tra loro.  A differenza di Twilight, però, qui è stato molto sfumato l'aspetto orrorifico e morboso a favore di un romanticismo piuttosto di maniera, per certi versi anche infantile ma di sicuro di facile presa verso quel target medio-adolescenziale di pubblico al quale il film si rivolge.

Ora, detto in questo modo ammettiamo che è piuttosto facile subodorare puzza di cavolata clamorosa... ma tutto sommato non è così. O almeno lo è solo in parte: per fortuna a dirigere c'è la mano esperta e sicura di Andrew Niccol, buon regista neozelandese autore di alcuni tra i più interessanti film di fantascienza degli ultimi anni (da Gattaca a S1m0ne, passando per la sceneggiatura di The Truman Show) che ha fatto il possibile per estrapolare ciò che di buono è contenuto nel libro, occupandosi in prima persona anche dell'adattamento e provandone a darne una parvenza di consistenza autoriale.

L'operazione però è riuscita solo a metà: a dispetto, infatti, di spunti interessanti (la convivenza di umani e alieni nello stesso corpo - chiaro riferimento a L'invasione degli ultracorpi - la diversa
concezione di società, l'importanza dei ricordi e dei sentimenti in una civiltà perfetta ma asettica, dove non esistono più guerre, povertà, malattie, ma nemmeno l'amore e l'attrazione sessuale) il film abbandona troppo presto l'approfondimento sociologico per lasciare troppo spazio alla banalissima e sdolcinata love-story post-adolescenziale, fatta di smielati ammiccamenti e dialoghi ai limiti del ridicolo... peccato, perchè la storia della giovane Melanie, ragazza terrestre catturata dagli alieni e poi vistasi occupare il proprio corpo da un'altra entità - la quale però fa fatica a 'convivere' col caratterino deciso della propria ospite - poteva avere davvero ben altro spessore.

E allora ecco che, alla fine, ciò che davvero resta in mente di The Host è soltanto il volto genuino, solare, incredibilmente 'cinematografico' della sua bellissima protagonista: a dispetto infatti dell'inconsistenza dei personaggi maschili (tra i quali c'è  anche Max Irons, figlio d'arte) la presenza scenica della giovane e talentuosa Saoirse Ronan è davvero notevole: dopo averla vista in passato arpionare, appena tredicenne, una candidatura all'Oscar per Espiazione di Joe Wright (la ricordate? era la perfida sorellina di Keira Knightley) e dopo averla ammirata commossi in Amabili Resti di Peter Jackson, è davvero facile pronosticare un radioso futuro professionale per questa splendida attrice irlandese neo-maggiorenne, che si porta con sè l'aspetto dolce e allo stesso tempo fiero e risoluto della sua terra d'origine. Ne sentiremo parlare ancora tantissimo, statene certi, non fosse altro per il valore aggiunto che apporta ai suoi film: The Host meriterebbe solo due delle nostre stellette: la terza, infatti, è solo per lei...

martedì 2 aprile 2013

BENVENUTO PRESIDENTE!

(id.)
di Riccardo Milani (Italia, 2013)
con Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Giuseppe Fiorello, Remo Girone, Massimo Popolizio, Cesare Bocci, Gianni Cavina, Omero Antonutti
VOTO: ***/5

Basterebbe una sola scena per farci piacere Benvenuto Presidente: è quella in cui Giuseppe Garibaldi (alias Claudio Bisio) durante il suo dicorso di dimissioni ricorda a tutti noi che il Parlamento non è composto da una massa di alieni urlanti, ma di individui che noi stessi abbiamo messo su quegli scranni e che quindi, nel bene ma soprattutto nel male, provengono dalla nostra stessa società: sono cioè esattamente come noi, e se gli italiani sono un popolo di furbi, evasori e menefreghisti, i nostri rappresentanti non possono certo essere migliori. Insomma, ogni riferimento al qualunquismo grillino non è per niente casuale. E indubbiamente fa specie il fatto che al giorno d'oggi tutti i film italiani che parlano di politica lo facciano esclusivamente attraverso la satira (pensiamo a Tutto tutto niente niente e Viva la libertà). Segno inquivocabile dei tempi che corrono..
.

Ma noi non facciamo politica e parliamo di cinema: diciamo perciò che Benvenuto Presidente è un film godibile e tutto sommato ben costruito, pur con i soliti difetti strutturali della commedia italiana attuale (un po' troppo didascalico, personaggi eccessivamente macchiettistici, sceneggiatura in certi punti tirata per i capelli e, soprattutto, una comità poco 'graffiante' e ben attenta a non urtare la suscettibilità di nessuno...). E che ha in Claudio Bisio il mattatore assoluto: bisogna riconoscere infatti al comico milanese una notevole maturazione cinematografica, insospettabile fino a pochi anni fa quando sembrava davvero difficile che potesse replicare sul grande schermo i successi dei suoi sketch teatrali e televisivi. Si diceva che l'ironia di Bisio non avesse i tempi giusti del cinema, che non fosse capace di reggere un film intero... e invece da Si può fare in poi, passando per Amori, bugie e calcetto, Benvenuti al Sud e Bar Sport, questo bravissimo caratterista ha dimostrato di essere un comico di razza, specializzato in ruoli brillanti e surreali. Proprio come questo.
Claudio Bisio e Kasia Smutniak

Giuseppe Garibaldi è un bibliotecario precario di un minuscolo paesino dell'alto Piemonte, bonaccione, sempliciotto e con l'hobby della pesca. Un giorno viene a sapere di essere stato eletto Presidente della Repubblica Italiana... non è uno scherzo: non riuscendo a mettersi d'accordo su un nome, i partiti hanno dato ordine ai loro deputati e senatori di scrivere sulla scheda, a scopo provocatorio, proprio il nome dell'eroe dei due mondi. Doveva essere una boutade, e invece si viene a scoprire che, perlappunto, esiste proprio un Signor Garibaldi che possiede tutti i requisiti per essere eletto! Apriti cielo! Il neo-presidente dapprima cerca ovviamente di dimettersi, ma poi constatato il marciume che regna nei palazzi del Potere, decide di esercitare il suo ruolo con la massima  serietà possibile... ad aiutarlo nel suo lavoro ci sarà un'impeccabile (e bellissima) segretaria di stato (Kasia Smutniak) con cui, ovviamente, si instaurerà ben presto un rapporto... particolare!
Cesare Bocci, Massimo Popolizio, Giuseppe Fiorello

Il gioco di equivoci e gag a tema 'istituzionale' regge bene, seppur con parecchie semplificazioni e qualche fisiologico scivolone nella demagogia. Ovviamente è impossibile prendere sul serio la storia, però il film di Riccardo Milani riesce benissimo a rendere l'idea di una classe politica sorda e lontanissima dalla gente, che ha ormai del tutto perso la propria credibilità. Discrete ed efficaci a tal proposito le figure dei tre esponenti dei partiti maggiori (interpretate da Giuseppe Fiorello, Massimo Popolizio e Cesare Bocci), anche se il personaggio meglio costruito alla fine risulta essere il 'maneggione' Gianni Cavina, l'uomo al servizio dei Poteri Forti, che di mestiere getta fango a pagamento e si occupa del 'lavoro sporco': è soltanto una commedia, eppure questa figura riesce lo stesso a trasmettere una reale sensazione di inquietudine. Tipica di chi, come gli Italiani, sa di avere la coscienza sporca.