sabato 9 luglio 2016

THE ZERO THEOREM

(id.)
di Terry Gilliam (Gb, 2013)
con Christoph Waltz, Mélanie Thierry, David Thewlis, Matt Damon, Tilda Swinton
durata: 107 minuti


Miracoli di fine stagione: in quale altro modo chiamare, sennò, l'uscita in sala dopo ben tre anni dell'ultimo film di Terry Gilliam, presentato in concorso alla Mostra di Venezia del 2013? Già immagino i commenti dello spettatore-medio: se ci ha messo tre anni per arrivare ad uscire a luglio, con i cinema deserti e la gente al mare, questo The Zero Theorem proprio un capolavoro non dovrebbe essere... e infatti non lo è. Però è un film interessante e perfettamente coerente (nel bene e nel male) con la visione del mondo di un autore da sempre visionario e restìo ai compromessi, qualità (o peccati?) che ne hanno inevitabilmente condizionato la carriera.


Ricordo che già tre anni fa a Venezia ci interrogavamo sul fatto che Gilliam, dai tempi del famoso e imprescindibile Brazil, sembra ogni volta cercare di rifare sempre lo stesso film riuscendoci però sempre meno bene...  ed è innegabile che in The Zero Theorem di assonanze con Brazil ce ne siano eccome, a cominciare dall'idea di una società opprimente, totalizzante, di chiara derivazione orwelliana, in cui il controllo della mente e della politica sono parti essenziali di una dittatura mediatica che non concede la minima privacy  e il minimo libero arbitrio alla popolazione. Ipotesi inquietante di un futuro che appare tutt'altro che remoto, e che pare essere la vera ossessione del 75enne regista ex  Monty Phyton. tanto da ipotizzare The Zero Theorem come l'ultimo capitolo di una trilogia aperta, appunto, con Brazil e proseguita con L'esercito delle 12 scimmie (suo unico grande successo al botteghino...)


Intendiamoci, The Zero Theorem non possiede un briciolo della potenza visionaria e rivoluzionaria di Brazil, ma le atmosfere sono praticamente le stesse: scenografie barocche e magniloquenti, ridondanti e volutamente eccessive, splendide e in qualche modo faticose per la vista (basti vedere le foto pubblicate in questo articolo) che sembrano, non troppo involontariamente, voler "distrarre" il pubblico da una trama complessa e confusionaria, fatta di dialoghi sfiancanti e inutilmente astrusi, che tuttavia riescono a ricreare alla perfezione un disagio visivo e interiore che, forse, è il vero scopo del film.

A dispetto delle apparenze, infatti, a mio parere il significato della pellicola è abbastanza chiaro: Gilliam riflette sull'insensatezza del mondo e dei canoni che vorrebbero farcelo piacere, mostrando quanto sia sciocco e anche ridicolo conformarsi alla ragion di stato, alla visione condivisa, al Potere che cerca di inculcarti in testa una verità preconfezionata che qualcun altro ha già scritto per te.

Così il protagonista del film, il misantropo e nevrotico Qohen Leth (un Cristoph Waltz versione pelata, bravissimo come sempre) è un malandato hacker che vivacchia facendo lavoretti per il Grande Capo Management, una specie di "grande fratello" che ha il controllo totale della città e dei suoi abitanti. Qohen vive in una specie di chiesa sconsacrata, semidistrutta, in attesa di una fantomatica telefonata che non arriva mai e che dovrebbe rivelargli il senso della vita, ovvero la stessa cosa che Management (forse per tenerlo buono) lo invita a decifrare attraverso un algoritmo impossibile, chiamato appunto "Il teorema zero". A dargli una mano (si fa per dire) saranno un giovane collega hacker affamato di pizza e, soprattutto, una bellissima prostituta virtuale che proverà ad offrirgli una via di fuga dalla pazzia...

Ne viene fuori un film elegante e confusionario, splendido alla vista quanto ostico nella digestione, che nell'attesa di svelarci il segreto dell'umanità ci mostra ancora una volta la lotta dell'uomo contro la solitudine, i pregiudizi, l'apparenza, le difficoltà di vivere serenamente la propria vita in una società conformista e ripiegata su se stessa. Niente di nuovo sotto il sole, conoscendo Gilliam, ma ci conforta il fatto che certi dubbi "esistenziali" possano coesistere con un tipo di cinema onesto e coerente, indubbiamente faticoso ma pronto a cogliere il senso, se non della vita, almeno della speranza.

10 commenti:

  1. L'ho visto in streaming un paio d'anni fa e mi pare impossibile che sia uscito solo ora, nemmeno me lo ricordavo più! Certo non sarà un capolavoro come Brazil ma i film di Gilliam ti fanno sempre pensare, anche quando sono "fuori di testa" come questo!

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    1. E invece è uscito proprio adesso, misteri della distribuzione... è proprio il caso di dire "meglio tardi che mai!"

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  2. Tutti i film di Gilliam sono complicati e verbosi, ma la magia delle immagini non si discute.

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    1. Infatti. Pur se a tratti incomprensibile (ma solo nei dialoghi, in realtà come ho scritto sopra il tema del film è chiarissimo) si tratta di un esercizio filmico estremamente interessante.

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  3. Hai ragione non è un capolavoro, il fatto che ricordi in qualche modo la storia di "Brazil" non aiuta in termini di paragoni, ma devo dire che mi è piaciuto, Gilliam visivamente è magnifico, qui crea un futuro sporco e caotico (i cartelli con i divieti al parco? ancora rido se ci penso...) e lo alterna alle fantasie del protagonista, è un "Brazil" in piccolo, molto piccolo, ma con "Creep" dei Radiohead in versione piano bar come colonna sonora ;-) Cheers

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    1. Vero. Se lasciamo stare "Brazil" (ormai irripetibile) il film si lascia guardare con interesse e simpatia, oltre ad essere godibilissimo alla vista: Gilliam sarà pure "fissato" sul tema del "grande fratello" ma, almeno dal punto di vista strettamente registico, non è secondo a nessuno: certe scene sono davvero stupende

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  4. In realtà l'ossessione di Gilliam si chiama "Don Chisciotte", il suo film-manifesto che non è mai riuscito a realizzare: del resto lui stesso è una specie di Don Chisciotte, impegnato a sognare e progettare film scomodi e megalomani che, realisticamente, nessun produttore accetterebbe di finanziare. Eppure va ammirato proprio per questo, per la sua coerenza e per la schiena dritta che ha sempre mostrato in carriera, nonostante gli innumerevoli bocconi amari ingoiati

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  5. Condivido tutto: il "Don Chisciotte" è il grande progetto mai realizzato di Gilliam, che gli è costato anni infelici e improduttivi di carriera. Ottima puntualizzazione. Ma perchè non ti palesi con un nickname o un tuo account? Niente in contrario all'anonimato ma quando ci sono commenti così interessanti è un peccato non rivelarsi... comunque grazie davvero!

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  6. Gilliam ripete sé stesso perché le storture del mondo sono sempre le stesse. :-)

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    1. ... e questa è un'ottima spiegazione! ;)

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