sabato 15 aprile 2017

L' ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

(Toivon tuolla puolen)
regia: Aki Kaurismaki(Finlandia, 2017)
cast: Sakari Kuosmanen, Sherwan Haji, Ikka Koivula, Kati Outinen
sceneggiatura: Aki Kaurismaki
fotografia: Timo Salminen
scenografia: Markku Patila
montaggio: Samu Heikkila
durata: 98 minuti
giudizio: 

trama:  Il commerciante infelice Wilkstroem e il giovane rifugiato siriano Khaled non hanno apparentemente niente in comune, tranne la voglia di rifarsi una nuova vita. Un giorno però i loro destini si incroceranno all'interno di un tristissimo ristorante di periferia, che la nuova gestione vorrebbe trasformare in un rinomato sushi-bar...


dico la mia:  E' da sempre un cinema "di resistenza" quello di Aki Kaurismaki: contro il razzismo, l'ignoranza, le differenze, contro i forti che prevaricano i deboli. E, commercialmente parlando, contro la distribuzione mainstream che relega i suoi film in piccole e sparute sale di provincia mentre invece andrebbero visti (e fatti vedere) a più persone possibile... è un cinema che ricorda Chaplin e Tim Burton, ovvero la favola che incontra la crudeltà del mondo, raccontato attraverso gli occhi di chi sta ai margini della società, dove l'umanità si può ancora trovare.

E non a caso i protagonisti de L'altro volto della speranza sono, ancora una volta, due persone semplici e umanissime, unite a loro insaputa dalla stessa visione del mondo. Uno è il giovane rifugiato siriano Khaled, arrivato a Helsinki nascosto dentro un carico di carbone e poi sballottato in da un centro d'accoglienza all'altro, tra richieste di asilo politico sempre rifiutate (perchè, secondo i burocrati locali, "ad Aleppo la situazione non è poi così grave") e spietati gruppi neonazisti che picchiano a sangue gli immigrati. L'altro è invece un commerciante di camicie di mezza età, che di punto in bianco molla la sua compagna, senza dire una parola, per rilevare un malfamato ristorante di provincia e trasformarlo in un sushi-bar grazie ai soldi vinti a poker...

Le loro storie, lo avete capito, saranno destinate a unirsi per marciare insieme verso un finale aperto, quantomeno degno di un mondo civile. Kaurismaki gira secondo il suo solito stile, inimitabile e particolarissimo, costruendo però il suo primo film dichiaratamente politico: se infatti già nel precedente Miracolo a Le Havre aveva sfiorato i temi dell'immigrazione e dell'accoglienza, che restavano però sullo sfondo di una vicenda - al solito - teneramente grottesca e senza tempo, ne L'altro volto della speranza la denuncia si fa esplicita e senza fraintendimenti: le persone devono essere trattate da persone, garantendo loro dignità e diritti e reagendo (con intelligenza) all'indifferenza, ai confini, ai muri, ai fili spinati e ai trattati scritti dai potenti.

La genialità del regista finlandese sta tutta nel conciliare la drammaticità della narrazione con l'inarrivabile (e inconfondibile) humour delicato che lo contraddistingue da sempre. Una comicità fatta di personaggi strambi e teneramente folli, pochissime parole, lunghi silenzi, situazioni assurde, scenografie stranianti e una concezione del tutto particolare dello spazio-tempo.

Ma stavolta, se al personaggio del maturo commerciante vengono riservate le gag più divertenti (fantastiche quelle all'interno del ristorante) il cuore del film sta tutto nella figura di Khaled, giovane uomo con alle spalle un passato tragico. Le sue (poche) parole, i suoi gesti elementari, la dignità nel raccontare senza alcuna enfasi pietistica e ricattatoria la sua odissea conferiscono al film uno spessore morale e culturale altissimo. Così, il lungo racconto con cui il ragazzo descrive la storia drammatica della sua famiglia di fronte alla commissione per i diritti civili, senza muovere un muscolo di troppo e con una naturalezza sconvolgente, ci regala una grande lezione di cinema e di civiltà.

Per dirla con le stesse parole del regista, "A me non importa nulla se uno indossa un basco, un cilindro, un velo: non giudico le persone da come si coprono la testa. E fare delle leggi su queste cose è ridicolo. Continuiamo noi Europei a fare nuove leggi per coprire i crimini che abbiamo commesso in tutto il mondo. Abbiamo più o meno lo stesso numero di rifugiati di sessant'anni fa, qual è il problema? Prima li abbiamo accolti, aiutati, e ora dovremmo considerarli nemici? [...] abbiamo inventato la democrazia ma ora la stiamo cancellando: le tre persone che vedranno il mio film capiranno finalmente che siamo tutti esseri umani, che oggi i rifugiati sono loro ma domani potremmo essere noi..."
Io, sinceramente, spero che questo film lo vedano ben più di tre persone.

9 commenti:

  1. Ciò che amo di più di Kaurismaki è questa sua capacità di parlare di cose tanto serie e drammatiche mettendoci tanta tanta sana ironia e rendendo il tutto ancora più reale e drammatico.
    E' una lezione che il nostro cinema non ha ancora imparato fino in fondo, anche se, per fortuna, abbiamo tanti tentativi ben riusciti in tal senso (Smetto quando Voglio e Lo chiamavano Jeeg Robot docet).
    Mi fa sentire a casa vedere i suoi film, di qualunque cosa parli. E non vedo l'ora di vedere anche questo, problemi di salute permettendo. Spero anche io che possano vederlo in tanti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo stile di Kaurismaki è unico, inimitabile nel suo genere. Non esiste nessun altro regista e nessun'altra cinematografia che si possa paragonare. Come ho scritto nella recensione, l'unico a cui forse può essere accomunato è Charlie Chaplin, per la sua capacità di rendere tenere e buffe anche le situazioni più drammatiche.
      Spero che tu riesca a vederlo, anche perchè vorrebbe dire che stai meglio... ne approfitto per farti gli auguri di Pasqua e di pronta guarigione.

      Elimina
    2. Che sia inimitabile concordo con te e trovo azzeccatissimo il paragone con Chaplin. Quello che intendevo è che sarebbe salutare cercare di imparare, a modo nostro, la sua lezione di cinema di impegno leggero. Ti ringrazio di cuore per tutto quanto. E auguroni anche a te.

      Elimina
  2. Bella recensione per un bellissimo film! Hai ragione: lo stile di Kaurismaki è unico e tenerissimo, quello che mi ha sempre colpito di questo regista è la delicatezza e la leggerezza con cui riesce a farti commuovere senza ricattare, anche quando parla di drammi terribili come questo

    RispondiElimina
  3. Grande, inimitabile maestro. Meglio questo o Le Havre secondo te?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "Le Havre" forse è più film, più poetico, più costruito e rifinito a livello di sceneggiatura. Questo invece, come detto, è dichiaratamente un film politico e bisogna tenerne conto. Fermo restando che stiamo parlando di livelli di assoluta eccellenza!

      Elimina
  4. Adoro Aki Kaurismaki, non vedo l'ora di vedere questo film ^_^

    RispondiElimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...