martedì 5 giugno 2018

DOGMAN





titolo originale: DOGMAN (Italia, 2018)
regia: MATTEO GARRONE
sceneggiatura: UGO CHITI, MASSIMO GAUDIOSO, MATTEO GARRONE
durata: 102 minuti
giudizio:



L'arte di Matteo Garrone è sempre stata quella di girare film personalissimi e riconoscibili, indiscutibilmente autoriali, pur cimentandosi di volta in volta in generi cinematografici molto diversi tra loro. Così, dopo gli horror degli inizi (L'imbalsamatore, Primo Amore), il crudo realismo del suo capolavoro, Gomorra, le incursioni nel grottesco (Reality) e nel fantasy (Il racconto dei racconti), per il regista romano è arrivato anche il momento di cimentarsi nel western. Ovviamente, come al solito, alla sua maniera…

Sì, perché Dogman a ben vedere è proprio un western a tutti gli effetti, con tutti gli stereotipi del caso: c'è un' ambientazione selvaggia e senza tempo (il Villaggio Coppola a Castel Volturno, inospitale terra di nessuno a due passi dal mare), personaggi scolpiti e caratteristici, a loro modo "assoluti" (il canaro, il mafioso, il gioielliere, il gestore di una sala slot, una specie di moderno saloon…), la quasi totale assenza di figure femminili (la donna, simbolo di grazia e vitalità, non può esistere nell'inferno garroniano), e soprattutto l'assoluta mancanza di regole e autorità in un lembo di Italia completamente al di fuori dal controllo dello Stato dove, come nel Far West, vige la legge del più forte.

Un ambiente squallido, desolato, apocalittico, meravigliosamente immortalato dalla fotografia livida di Nicolaj Bruel: in questo straniante contesto vive e lavora Marcello (Marcello Fonte), omino piccolo e mite, gracile e remissivo, uno dei pochi che ancora prova a rimanere onesto in un mare di illegalità, gestendo un negozio di toelettatura per cani. Il suo apparente candore e i suoi gesti teneri (soprattutto verso gli animali, chiamati sempre "ammore", diventato subito il tormentone del film) nascondono in realtà una situazione di totale impotenza e sudditanza nei confronti del violento Simoncino (Edoardo Pesce, irriconoscibile e bravissimo), decerebrato boss locale che sfrutta Marcello per i suoi traffici loschi (soprattutto di droga, elargendogli piccolissime "percentuali sulle vendite").

Il rapporto tra Marcello e Simoncino è esattamente lo stesso che c'è tra cane e padrone: morboso e incondizionatamente fedele, nonostante tutte le vessazioni subite. Marcello è l'unico che riesce a calmare l'ira di Simoncino, addossandosene ogni volta le conseguenze. Ci si chiede perchè non si ribelli, perchè difenda fino all'indifendibile il boss, anche quando ne avrebbe teoricamente vantaggio. La risposta è semplice: perchè è l'unico modo per Marcello per sentirsi accettato in una comunità gretta e disumana come quella del suo quartiere, del suo mondo. E non a caso, sarà proprio quando il suo mondo gli volterà le spalle (per aver coperto per l'ennesima volta lo sciagurato bandito) che il canaro avvertirà per la prima e unica volta l'insostenibile desiderio di vendetta.

Dogman, lo sapete tutti, è liberamente ispirato a veri fatti di cronaca. Ma a Garrone non interessa minimamente ricostruire con cura l'accaduto. Anzi. Pare che i fatti reali siano stati ben più mostruosi ed efferati di quanto il regista non metta in mostra nel film (che, lo diciamo subito, non è un horror e non ci sono scene splatter, come in molti avevano paventato). Il tono è perfino melodrammatico, dolente, emotivamente molto intenso: la parte finale è sicuramente la più bella, dove la sceneggiatura è perfetta nel mostrare l'amara presa di coscienza di un uomo mite divorato da una comunità di mostri che, come cani rabbiosi (ma gli uomini sono molto peggiori dei cani) lo sbranano approfittando proprio della sua stessa innocenza.

Marcello Fonte, dal canto suo, è commovente nella sua interpretazione, evidentemente simbiotica con una realtà che ben conosce: tutti lo hanno applaudito a Cannes, sinceramente colpiti dall'umanità del suo discorso di ringraziamento ("da piccolo, a casa mia, la pioggia picchiava sul tetto di lamiera e a me pareva di sentire gli applausi...") ma in pochi hanno sottolineato la sua storia personale, il suo passato di indigenza e strenua sopravvivenza, la felicità arrivata grazie alla recitazione in un teatro occupato, la fame placata con i piccoli compensi delle comparsate, l'universo di umanità trovato nei centri sociali e nelle case famiglia... il film di Garrone è durissimo, violento, tragico ma non rassegnato. E il suo splendido attore ne è l'esempio più bello.

17 commenti:

  1. Credevo che non l'avessi visto, aspettavo la tua recensione! Hai ragione, è davvero durissimo però secondo me, a suo modo, anche malinconico. Mi è piaciuto molto. Buona serata!
    Mauro

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    1. E' vero, Mauro. E' un film duro ma profondo, dove la violenza non è mai gratuita ma obbliga lo spettatore a riflettere. La sequenza finale è da vero melodramma.

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  2. Risposte
    1. Spero che riesca a vederlo presto, Arwen :)

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    2. lo spero anche io, ma dalle mie parti non arriva, abito in un paesino sperduto di mare figurati se lo fanno, quindi non mi resta che aspettare che lo mettano su cb01

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    3. Non disperare: in questo periodo di titoli "appetibili" in sala ce ne sono ben pochi, secondo me basta aspettare un po'... al limite anche nelle arene estive.

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    4. Eh arene estive non ce ne sono...aspetto e spero...prima o poi lo guarderò pure io ;)

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  3. Dopo il bruttissimo (my opinion) Il racconto dei racconti, Garrone torna su buoni livelli, anche se questo film dice davvero poco di nuovo. Stile e tematiche sono le stesse dell'Imbalsamatore, il valore aggiunto è l'attore protagonista. Comunque mi è abbastanza piaciuto. Temevo il peggio.

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    1. Sì, ricordavo che a te non era piaciuto "Il racconto dei racconti" (che non aveva fatto impazzire neppure me, pur riconoscendone il valore). Questo è un film diretto, senza fronzoli, essenziale, direi quasi "eastwoodiano". La novità sta proprio nel registro adottato: per me, a differenza de "L'imbalsamatore", qui siamo nel western puro. Ovviamente adattato al luogo e al tempo...

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  4. Mi ispirerebbe, ma il mio stomaco sopporterà?? :(

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    1. Come ho scritto, la visione non è certo una passeggiata. Però non c'è violenza estrema, non è un horror e non ci sono scene splatter. Se è questo che temi puoi vederlo tranquillamente. L'orrore è quello percepito, che si respira in ogni fotogramma. Sappi che, secondo la giustizia italiana, i fatti veri sono stati molto più efferati di quanto si vede nel film.

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  5. Aspettavo la tua recensione. Ma avrei scommesso sulle cinque stelline.

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    1. Quelle sono solo per i capolavori! ;)
      Scherzi a parte, avevo dato le cinque stelle a Garrone per "Gomorra", pellicola enorme di ben altro spessore e peso specifico rispetto a questa, ottima ma di genere. "Dogman" è un bellissimo film ma sta comunque un gradino sotto.

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    2. Per carità le stelline sono le tue😜 Ma visto che le hai date a l'isola dei cani e Letta la bellissima recensione un po' mi ha stupito. 😉

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    3. Eh, sì... L'Isola dei cani per me è uno dei film più belli dell'anno: confezione e soprattutto contenuti strepitosi! le merita tutte :)

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  6. Film duro, angosciante, incredibilmente poetico. Ero arrivata al cinema con mille pregiudizi, soprattutto sul protagonista, poi mi sono lasciata conquistare da Marcello Fonte al primo sguardo!

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    1. Non posso che essere d'accordo: Garrone è un maestro nel mostrare poesia, "pietas", umanità, anche in una pellicola durissima (ma non disillusa) come questa. La storia personale di Fonte, poi, meriterebbe un film a sè :)

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