sabato 20 ottobre 2018

22 LUGLIO




titolo originale: 22 JULY (Usa, 2018)
regia: PAUL GREENGRASS
sceneggiatura: PAUL GREENGRASS
cast: ANDERS DANIELSEN LIE, JONAS STRAND GRAVLI, JON OIGARDEN, ISAK BAKLI AGREN, SEDA WITT
durata: 143 minuti
giudizio: 

E' curioso che a distanza di pochi mesi, e per giunta in due importanti festival internazionali (Berlino e Venezia) si siano viste ben due pellicole sulla strage di Utoya. Per chi avesse la memoria corta, facciamo un breve, triste ripasso: il 22 luglio 2011 sull'isola di Utoya, in Norvegia, un fanatico attivista di estrema destra chiamato Anders Breivik uccise a colpi di fucile decine di ragazzi inermi, perlopiù giovanissimi, che si trovavano lì per un campus estivo organizzato dal Partito Laburista, non prima di aver fatto esplodere una bomba nei pressi del Parlamento di Oslo. Alla fine furono 77 le vittime della follia omicida dell'attentatore il quale, senza mai mostrare un minimo segno di pentimento, giustificò il suo gesto come estrema rappresaglia verso la politica del governo locale, a suo dire troppo permissivo nei confronti dei cittadini stranieri e degli immigrati clandestini...

Fatti che ancora oggi fanno rabbrividire, specialmente alla luce di un contesto internazionale che purtroppo non appare affatto migliorato da allora, e dove le spinte populiste e revansciste si stanno diffondendo a macchia d'olio in tutto il mondo, scatenando un'ondata "nera" che indigna e preoccupa. E' per questo che questi due film dal titolo quasi identico (uno è Utoya, 22 juli del norvegese Erik Poppe, visto alla Berlinale, l'altro è 22 July del britannico Paul Greengrass, in concorso a Venezia, quello che andremo ad analizzare) sono a loro modo importanti per mantenere vive la memoria e l'attenzione. Due film però diversissimi per stile, concezione e budget, anzi quasi testimonial di due diverse idee di cinema, praticamente agli antipodi...

Se infatti il film di Poppe, girato in economia e quasi in presa diretta, è un robusto e ruvido horror drammaticamente reale, tesissimo e angosciante, quello di Greengrass è molto più mainstream e classico, pensato evidentemente per il grande pubblico (non a caso è stato distribuito quasi in esclusiva sulla piattaforma Netflix, esattamente come Roma di Alfonso Cuaròn e La ballata di Buster Scruggs dei Coen, anch'essi visti al Lido). Anche il punto di vista dei due film è completamente diverso: se quello di Poppe si limita, in meno di un'ora e mezza, a mostrarci gli atroci istanti della sparatoria, quello di Greengrass relega il massacro "solo" nella prima mezz'ora, per poi dilungarsi per oltre due ore nella ricostruzione di quello che accadde dopo la tragedia, alternando il punto di vista dell'assassino con quello delle vittime.

Il "problema", diciamolo subito, è che Greengrass è principalmente un regista d'azione (sono suoi gli ultimi tre Bourne e l'adrenalinico United 93, il film sul "quarto aereo" dell' 11/9) , abilissimo nel ricostruire minuziosamente e con dovizia di particolari la strage, molto meno quando vuole spingersi nell'analizzare i risvolti politici e psicologici della storia. Così, dopo aver assistito e trepidato ad un incipit davvero scioccante, lo spettatore è costretto a sorbirsi una lunghissima digressione sul processo al "mostro" e la conseguente crisi di coscienza dell'avvocato difensore di Breivik (un laburista padre di famiglia costretto a difendere l'imputato per espresso volere dell'assassino) nonchè la crisi psicologica di un ragazzo sopravvissuto alla strage (dove invece è rimasto ucciso il fratello) che rappresenta l'anello più debole delle tre piste, quello che inevitabilmente fa più concessioni alla retorica.

Se infatti i punti di vista dell'assassino e dell'avvocato sono comunque interessanti (soprattutto le agghiaccianti parole di Breivik, sempre lucidamente razionale nella sua follia etnica) il film cala inevitabilmente di tensione quando scivola sui binari del politicamente corretto, rifugiandosi in un buonismo di facciata non stucchevole ma comunque fastidioso, che sterotipizza le figure positive facendone dei manichini che recitano a comando (la ragazza - manco a dirlo una rifugiata - che s'innamora del connazionale ferito, esattaente come il ragazzo del profondo nord che esalta la comunità multietnica del suo piccolo paese...)

Alla fine comunque il risultato è dignitoso: un film girato volutamente per le masse (cioè per l'utente medio di Netflix) che alterna momenti di commozione e impegno civile ad altri di quasi inevitabile retroica e ingenuità. Fermo restando che 143 minuti sono in ogni caso troppi, e che forse la pertecipazione in concorso a Venezia è stata tutto sommato generosa, bisogna dar atto della buona prova attoriale dei protagonisti (in particolare di Andersen Danielsen Lie, nello scomodo ruolo di Breivik) anche se onestamente sfugge il motivo per cui siano stati selezionati tutti attori locali per poi farli recitare in inglese... a questo punto tanto valeva affidarsi a Hollywood. Certo, magari il budget sarebbe lievitato ma di sicuro anche l'appeal.

4 commenti:

  1. Film visto e presto dimenticato, purtroppo visto la tragedia che racconta. Centri bene il punto, con quel buonismo che fa capolino nella seconda parte, con la pesantezza che avanza e appiattisce il lavoro svolto prima. La questione dell'inglese poi mette un filtro in più, agli attori e alle emozioni. Non da bocciare sonoramente, per carità, ma poco resta impresso.

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    1. La scelta di prendere attori del posto e farli recitare in inglese è davvero incomprensibile... forse è stato fatto per risparmiare sulle maestranze e il cast? Boh. Certo sì, non è un film che resta impresso nella mente. Ti consiglio di recuperare il film di Poppe, è tutta un'altra musica!

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  2. L'onda lunga di Netflix produce disastri

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    1. Commento un po' "stringato" per dare una risposta esaustiva... cosa volevi dire? Se ti riferisci alla scarsa qualità dei film prodotti da Netflix posso darti parzilamente ragione (in effetti finora non ho visto grossi capolavori, il migliore mi è parso "Annientamento") però le cose stanno cambiando: con "ROMA" e "La ballata di Buster Scruggs" dei Coen è evidente la volontà di Netflix di cambiare passo anche nei lungometraggi.

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