martedì 9 ottobre 2018

OPERA SENZA AUTORE





titolo originale: WERK OHNE AUTOR (Germania, 2018)
regia: FLORIAN HENCKEL VON DONNESMARCK
sceneggiatura: FLORIAN HENCKEL VON DONNESMARCK
cast: TOM SCHILLING, PAULA BEER, SEBASTIAN KOCH, OLIVER MASUCCI, SASKIA ROSENDAHL
durata: 188 minuti
giudizio:


E' un film molto ambizioso questo Opera senza autore, dall'obiettivo alto e nobile: dimostrare come l'arte possa sopravvivere all'orrore della guerra e alla crudeltà degli uomini, facendosi portatrice universale di pace. Dopo il brutto flop di The Tourist e dopo ben otto anni di silenzio, il tedesco Florian Henckel Von Donnesmarck torna nella sua patria d'origine e ai temi del suo folgorante esordio (Le vite degli altri, del 2006) con un imponente melodramma bellico dal minutaggio importante e dalla confezione sontuosa, presentato in concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Un film nel quale, bisogna dirlo, le ambizioni non coincidono esattamente con il risultato finale, ma allo stesso tempo anche un film sincero e appassionato, divulgativo, pensato e realizzato per un pubblico più ampio possibile, che non fa pesare allo spettatore le oltre tre ore di durata (che, anzi, scorrono via velocissime). E non è affatto poco.

Opera senza autore non è bello come Le vite degli altri, ma conferma tutte le qualità e i limiti del suo regista: Donnesmarck non sarà un virtuoso della macchina da presa, oggettivamente non ha un grande talento registico, ma ha una capacità innata nel raccontare storie, nel saper parlare alla gente. Tutti noi abbiamo amato Le vite degli altri non certo perchè attratti dalla regìa ma essenzialmente per la storia che raccontava, appassionante e angosciante. E anche Opera senza autore funziona benissimo dal punto di vista narrativo, compensando difetti evidenti (primo fra tutti, un registro indubbiamente piatto e "televisivo") con una fluidità narrativa più che efficace, davvero alla portata di tutti.

Una storia, peraltro, ispirata a quella (vera) del pittore tedesco Gerhard Richter, da cui Donnesmarck ha estrapolato un episodio agghiacciante, che poi è diventato lo spunto per questa pellicola che rappresenterà la Germania ai prossimi Oscar: il padre della moglie di Richter era un ex gerarca delle SS responsabile del programma medico del Terzo Reich, una specie di "ministro della salute" che aveva il compito di selezionare le persone sane (e ariane) da quelle "inutili" e non conformi alla causa nazista (non solo ebree, ma anche semplici oppositrici del regime) colpevole di aver assassinato, in una camera a gas, l'amatissima zia del pittore.

E Opera senza autore, pur cambiando nomi e ambientazioni, ripercorre proprio la vicenda personale dell'artista, partendo dalla bella relazione infantile tra il piccolo Kurt Barnert (interpretato da Tom Schilling) e l'adorata zia Elizabeth (Saskia Rosendahl). Li vediamo presenziare nel 1937 a Dresda ad una mostra sull' arte "degenerata", ovvero su quelle opere che Hitler volle gettare in pasto al pubblico ludibrio in quanto, a suo dire, corrotte e indegne di considerazione (in cui figuravano Kandinsky, Van Gogh, Chagall, Klee). Ma alla bella Elizabeth, ragazza dallo spirito libero e dalle spiccate ambizioni artistiche, quelle opere piacciono eccome, e lo scopo della sua presenza è quello di trasmettere al nipotino l'amore per un' arte libera da condizionamenti e imposizioni di regime.

Una passione pericolosa, che porterà la ragazza ad essere prima internata in manicomio e poi uccisa in un campo di sterminio in quanto giudicata schizofrenica e inguaribile. Kurt crescerà quindi in mezzo agli orrori della guerra, sopravvivendo al bombardamento di Dresda, alla fame, alle epidemie e a ogni tipo di difficoltà soltanto grazie al suo sogno di sfondare nella pittura. Diplomatosi, si iscriverà all'accademia d'arte e imparerà (nella Germania Est, nel frattempo diventata comunista) i rudimenti del mestiere, rifuggendo l'individualismo dell'epoca (che aveva nel grande Pablo Picasso il massimo esponente) e specializzandosi nell'arte "popolare". Infine, sposerà la ragazza di cui si è innamorato (Paula Beer) non sospettando minimamente che ella è la figlia del ginecologo che ha ucciso sua zia Elizabeth (Sebastian Koch), scampato alle purghe dei russi e "riciclatosi" (come molti altri ex nazisti, criminali di guerra) come emerito direttore di un'importante clinica privata.

La giovane coppia non sopporta però l'idea di essere passata da una dittatura all'altra, dal nazismo al comunismo, e poco prima della costruzione del Muro i due scappano all'Ovest per rifarsi una nuova vita. Non sarà facile, la Berlino di fine anni '50 è una specie di Bengodi che i due ragazzi non possono permettersi: le vetrine espongono ogni tipo di prelibatezze, le macchine hanno l'autoradio e l'accendisigari, nelle case c'è la televisione e nei cinema si proietta Psyco di Hitchcock. Kurt emigra a Dusseldorf, dove la vita è meno cara e dove la Scuola d'Arte Contemporanea accoglie i giovani performer che hanno idee innovative da sviluppare... qui, supportato dall'amore della propria compagna (che intanto ha rinnegato il padre assassino) troverà finalmente nella pittura la soluzione per mettere a tacere i demoni dell'infanzia.

Il film di Donnesmarck è, forse volutamente, didascalico, patinato, semplicistico, in qualche scena perfino un po' ridicolo, in certe parti sembra davvero di assistere a una fiction Rai (che non ha caso ne ha comprato i diritti). Eppure questa specie di Heimat per principianti, con cui il regista si rivolge dichiaratamente al pubblico giovane contemporaneo, ti incolla davanti allo schermo dall'inizio alla fine e riesce a non farti mai "distogliere lo sguardo" dalla Storia. Proprio come diceva la giovane Elizabeth al piccolo Kurt, spronandolo a vedere il mondo con i propri occhi.

4 commenti:

  1. Una visione che scorre e appassiona, a cui si perdona parecchio ma in nome di una storia e della Storia. Come dici, non è poco, e il pubblico -a Venezia, ma anche a chi l'ho consigliato in questi giorni- lo dimostra.

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    1. Esattamente. Non ha caso a Venezia ha vinto anche il premio del pubblico giovane, evidente "target" di riferimento. E non mi meraviglierei di ritrovarlo anche in corsa per l'oscar: la storia che racconta e lo stile molto televisivo possono piacere molto anche oltreoceano

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  2. Mi pare di capire, da quello che leggo in giro, che Le vite degli altri è stato il classico "film della vita", praticamente irripetibile per questo autore

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    1. Aspettiamo per dirlo. Questo è il terzo film di Donnesmarck: il primo ("Le vite degli altri", appunto) era un capolavoro, il secondo ("The Tourist") abbastanza inguardabile, ma realizzato su commissione (e per soldi) per il pubblico americano. Tornato in Germania ha realizzato questo "Opera senza autore" che, diciamo, non è bello come "Le vite degli altri" ma ha comunque una storia e dei significati importanti. Per me non è affatto un fallimento, anzi...

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