martedì 11 dicembre 2018

IN GUERRA




titolo originale:
 EN GUERRE (FRANCIA, 2018)

regia: STEPHANE BRIZE'
sceneggiatura: OLIVIER GORCE, STEPHANE BRIZE'
cast: VINCENT LINDON, MELANIE ROVER, JEAN GROSSET, JACQUES BORDERIE, MARTIN HAUESER
durata: 113 minuti
giudizio: ★ 



Per un clamoroso scherzo del destino, In guerra arriva sui nostri schermi proprio nei giorni in cui la protesta dei "gilet gialli" destabilizza la Francia e tiene banco in ogni notiziario. Una coincidenza perfetta, che ci permette di andare subito al nocciolo della questione: il film di Brizé è esemplare nel mettere in mostra la differenza tra antagonismo e populismo, ovvero come le (giuste) rivendicazioni di una certa parte di popolazione in sofferenza (diciamo pure esasperata) possono prendere strade e soluzioni ben diverse.

Da una parte infatti c'è la rabbia vuota, incontrollata, generalizzata, coacervo di rigurgiti nazionalisti e razzisti, che sfocia nella devastazione sistematica e in una violenza orchestrata da non si sa chi, incapace di trasformarsi in proposta. Dall'altra c'è la rabbia di mille operai che lottano strenuamente per il loro stipendio di mille euro al mese, già decurtato da anni di sacrifici, ora messo in discussione dalla "solita" multinazionale che intende delocalizzare la fabbrica per aumentare i profitti (attenzione, parliamo di profitti, non di perdite: nel mondo globale di oggi non si chiudono le fabbriche perché sono in crisi, ma per guadagnare ancora di più…)

Chi, o che cosa fa la differenza tra le due forme di lotta? Una parolina semplice semplice, una volta nobile e oggi sinonimo quasi di insulto: il SINDACATO. Laurent Amedeo (un monumentale Vincent Lindon) è un leader sindacale che si batte contro la gestione padronale e meschina dell'azienda.

Laurent
 combatte non tanto per sé (ormai alle soglie della pensione e con la famiglia sistemata) ma per gli ultimi, i più deboli, i più giovani, quelli con meno anzianità e meno diritti, secondo uno spirito di solidarietà e giustizia che dovrebbe essere alla base di ogni organizzazione dei lavoratori (uso il condizionale, vedremo poi perché). Ma soprattutto lo fa rispettando sempre tutti, a cominciare dagli infami vertici aziendali fino ad arrivare ai politici opportunisti, quelli che se ne lavano le mani, fino ai colleghi stremati che mugugnano e vacillano. E condannando sempre, senza esitazione, qualsiasi tipo di violenza.

In guerra non è certo un film innovativo nei contenuti, anzi. Forse tecnicamente non aggiunge nulla a una filmografia talmente corposa da creare quasi un genere cinematografico a sè, con tanti interpreti "classici" (Ken Loach, Kaurismaki, i Dardenne…). La sua forza, immensa, sta tutta nel modo in cui viene messa in scena la vicenda, ovvero prendendo di petto la realtà, adottando uno stile documentaristico e volutamente vicino al giornalismo d'inchiesta (a parte Lindon, gli altri interpreti sono tutti attori non professionisti, veri operai che interpretano loro stessi) che, se da un lato fa assumere alla pellicola un ritmo serrato, vorticoso, quasi ansiogeno, dall'altro è esemplare nel mostrare come l'invadenza dei media può distorcere la realtà dei fatti, anche nei casi (rari) in cui essi si schierano dalla parte dei lavoratori, seppur sempre (ipocritamente) per aumentare l' audience.

L'abilità del regista e degli sceneggiatori si fa ammirare nel modo, quasi miracoloso, in cui il film riesce a tenere insieme, in equilibrio, le numerose tracce e sottotracce che sviluppano durante la narrazione. E ce n'è di roba: la forte critica sociale alle meschine logiche aziendali (quella legge del mercato già oggetto di un altro bellissimo film, sempre di Brizé), la questione della "violenza" e il problema di come gestirla (senza farla degenerare, come nella durissima scena dell' aggressione all'amministratore delegato - episodio "ispirato" al noto pestaggio dei dirigenti di Air France nel 2015), e soprattutto il dramma dei lavoratori e la loro capacità di resistere (alla fame e alle tentazioni, ai tentativi di divisione perpetrati dall'azienda, al possibile tradimento stimolato da una proposta "facile", una lauta buonuscita in cambio del licenziamento senza vertenza).

E si arriva quindi alla parte più interessante e dolorosa, per il regista e per chi scrive: le divisioni sindacali, il fronte che si spacca, le accuse reciproche sulla rappresentatività e l'opportunità di proseguire la lotta, la drammatica scelta tra pragmatismo e idealismo (meglio combattere fino alla fine, a rischio di non portare a casa niente, oppure accontentarsi di una resa onorevole e condizionata?) sintetizzata dalla famosa citazione di Bertolt Brecht ("chi combatte può perdere, chi non combatte ha già perso") che si contrappone all'altrettanto celebre citazione latina "dividi et impera", metodo sempre adottato dai potenti, che possono permettersi di aspettare…

Brizè costruisce un film di una perfezione quasi chirurgica, che ha il grande merito di concentrarsi sempre sulla visione collettiva dei protagonisti, di cui non sappiamo quasi nulla delle vicende personali e della loro vita privata. Scelta chiaramente voluta, per convincere lo spettatore che solo l'unione può vincere, che ogni gesto, anche disperato, di un singolo può scatenare una reazione di massa (come nel durissimo e toccante finale) se si hanno ben presenti i concetti di solidarietà e uguaglianza. Un film che avrebbe meritato migliore distribuzione e miglior fortuna, e che tutti coloro che hanno a cuore certi valori dovrebbero vedere e far vedere. Come una missione.

3 commenti:

  1. Il problema è sempre lo stesso, riuscire a beccare uno straccio di sala che lo programma. Comunque mi fido della tua recensione: di Brize avevo già adorato La legge del mercato e questo, per quanto di argomento similare, mi lascia assolutamente ben disposta. Cercherò di recuperarlo al più presto :)

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    1. Anche a me era piaciuto molto "La legge del mercato": è vero, l'argomento è simile ma lo sviluppo è completamente diverso. Lì si parlava degli effetti della globalizzazione e descriveva la vita di un poveraccio che aveva perso il lavoro (e le umiliazioni che affrontava per ritrovarlo). Qui invece si descrive la lotta e le conseguenze per conservare il proprio posto di lavoro, con uno stile ben più "aggressivo" e ansiogeno. Se riuscirai a vederlo fammi sapere, sarà interessante fare il confronto tra i due film.

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