sabato 22 dicembre 2018

ROMA




titolo originale: ROMA (MESSICO, 2018)
regia: ALFONSO CUARON
sceneggiatura: ALFONSO CUARON
cast: YALITZA APARICIO, MARINA DE TAVIRA, DANIELA DEMESA, NANCY GARCIA
durata: 135 minuti
giudizio: 

Ho visto ROMA all' ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto (meritatamente) il Leone d'oro. Posso dire quindi di essere uno tra i pochi fortunati ad averlo potuto apprezzare in sala, mentre la stragrande maggioranza degli spettatori potrà goderselo "solo" su Netflix, che lo ha prodotto e distribuito sulla sua piattaforma e in poche, selezionatissime sale. Non intendo aprire su queste colonne l'ennesimo dibattito pro o contro il colosso americano dello streaming. Mi limito solo a una piccola constatazione, che mi servirà anche per recensire il film: è vero, ROMA è un film che andrebbe visto al cinema... perchè ha una fotografia spettacolare, è girato in 70mm in un bianco e nero abbagliante, e perchè racconta una storia universale, che sul grande schermo sembra ancora più larger then life.

Tuttavia, siamo onesti e ammettiamolo: è un film di nicchia, per cinefili "praticanti", fuori da ogni logica commerciale: quanti esercenti avrebbero avuto il coraggio di programmare una pellicola di due ore e mezza, in bianco e nero, senza attori famosi e praticamente senza trama? E allora menomale che c'è Netflix, che dà a tutti la possibilità di vederselo a casa propria e senza fare decine di chilometri per raggiungere una sala. Non è poco.

ROMA (si scrive tutto in maiuscolo, ma non chiedetemi perchè...) è un quartiere borghese di Città del Messico che il regista Alfonso Cuaròn ha preso come simbolo di una pellicola dichiaratamente autobiografica, nostalgica e malinconica, dolcissima ma anche cattiva, piena di contraddizioni proprio come il Messico stesso, con cui il cineasta già premio Oscar per Gravity ha voluto in un certo senso omaggiare la propria terra, cui rimane indissolubilmente legato. Del resto la storia personale di Cuaròn ricalca un po' (fatte le debite e giuste proporzioni) quella di suoi tanti connazionali, costretti a varcare il confine e cercare fortuna negli States. E anche lui, pur benestante di famiglia, si è affermato professionalmente girando in lingua inglese (prima con Paradiso perduto e poi con il terzo episodio di Harry Potter). ROMA era però il suo film dell'anima, la pellicola che sognava di girare da tempo, e che ha potuto realizzare solo grazie ai premi (e agli incassi) dei precedenti successi americani.

Il film non ha una vera e propria storia, ma tutto quello che ci viene mostrato si svolge in un anno preciso, il 1970: l'anno dei mondiali di calcio messicani e della rivolta studentesca, dell'esaltazione e della contestazione, degli scontri di piazza e della rivoluzione sessuale. Tutti episodi che vengono vissuti con distacco dai protagonisti della pellicola, rinchiusi nella quiete ovattata della loro casa signorile, salvo poi (come solo il cinema sa fare) irrompere bruscamente nella vita quotidiana.

La storia di ROMA è quella, privata, di un nucleo famigliare prevalentemente femminile, composto dalla padrona di casa, donna Sofia (Marina de Tavira), moglie orgogliosa e indipendente, madre di quattro figli (tre maschi e una femmina) che si vede costretta a sopportare il peso dell'intera famiglia dopo l'abbandono del marito fedifrago e impenitente. A darle una grossa mano saranno altre due donne: l'anziana cameriera Adela (Nancy Garcia) e la tenera domestica Cleo (Yalitza Aparicio), tata affettuosa e ingenua, adoratissima dai bimbi.

Fin da questi dettagli si capisce che ROMA descrive un microcosmo intimo che fa da cartina di tornasole per rappresentare un quadro sociale e un momento politico fondamentale per il Messico: Cuaròn impiega 135 minuti (che non annoiano mai, malgrado i tempi dilatati) per dispiegare abilmente la narrazione di piccoli ma non insignificanti avvenimenti che si vanno poi a saldare alla visione generale, alla storia del paese, e lo fa con grande mestiere ed efficacia, evidenziando come le disparità sociali e classiste tipiche dell'epoca e della realtà sudamericana si annullino quando si tratta di affrontare difficoltà comuni. Nonostante il divario economico e di lignaggio, Adela e Cleo sono infatti personaggi fondamentali per la famiglia di Sofia, di cui sono membri a tutti gli effetti. Insieme, tutte insieme, supereranno le crisi dell'anno più intenso, drammatico e sconvolgente della loro vita...

ROMA è un film adorabile, forse solo un pochino manierista, ma assolutamente geniale nel riassumere al suo interno sia lo sguardo innocente e un po' naif della povera gente (la servitù) sia la lenta caduta della classe borghese, qui impersonata dalla figura di Sofia, che si trasforma da donna agiata e viziata a donna risoluta e operosa, emblema del femminismo in una nazione da sempre conservatrice e poco incline ai progressi sociali. Esattamente come dall'altro lato seguiamo la maturazione di Cleo, da ingenua fidanzatina a ragazza con la testa sulle spalle e dalla schiena dritta, pronta a superare un amore sbagliato e il dolore di una gravidanza finita male. Lo stile in apparenza è quello di una soap-opera (ovviamente) latina, con ritmi edulcorati e scene ad effetto, ma il risultato d'insieme è autoriale e raffinato, perfettamente in equilibrio tra il privato (dei personaggi) e il pubblico (la storia del Messico) che s'intersecano con la massima naturalezza.

Assistiamo perciò trepidanti alla "svolta" coraggiosa di Sofia, che caccia il marito infedele e si erge a nuova capofamiglia, ma anche al dramma personale di Cleo, sedotta e abbandonata da un fidanzato violento e non innamorato, capace di scaricarla nel modo più cinico (con la scusa di andare in bagno, mentre sono al cinema per vedere Tre uomini in fuga di Funes) per dedicarsi anima e corpo alla lotta armata. Ed ecco che la Storia, quella vera, entra sempre in scena quando meno te l'aspetti, riprendendosi il palcoscenico.

ROMA è un bell'omaggio al cinema classico e orgogliosamente neorealista, capace di trasformare una vicenda privata, perfino minima, a emblema della rinascita di una nazione. Una saga dallo stile antico ma dai contenuti modernissimi, libera da condizionamenti (soprattutto hollywoodiani). Un film da festival adattato (benissimo) per la visione domestica. E che potrebbe aprire una nuova strada, soprattutto per Netflix.

8 commenti:

  1. Visto nel piccolo schermo sicuramente perde tantissimo e forse più che essermi piaciuto, mi sono reso conto che ho tentato di farmelo piacere. Impeccabile formalmente, ma troppo poco coinvolgente e forse un po' sopravvalutato specie dalla critica.

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    1. Il coinvolgimento è questione soprattutto di empatia personale, quindi posso capirlo. Riguardo la critica, come ho scritto si tratta di un film "da festival", un po' di maniera, che in un tale contesto spicca molto... ci sta che vedendolo in tv le emozioni si diluiscano. La confezione comunque non si discute.

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  2. Un po' pesantuccio lo è, indubbiamente. Apprezzabilissimo ma faticoso, certo da non vedere in casa propria con ogni tipo di distrazione!

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    1. In effetti... la distrazione è un elemento che quasi nessuno considera durante la visione casalinga, eppure è un elemento importantissimo: al cinema ci vai per vedere QUEL film e te lo vedi senza interruzioni di sorta, a casa invece hai mille tipi di distrazioni: il cellulare, il citofono, le persone che parlano, ecc... che di sicuro abbassano tantissimo il livello di attenzione.

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  3. L'ho visto grazie a Netflix, ed è notevole anche sul piccolo schermo!

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  4. Ancora mi manca, ma sono davvero molto curioso.
    Lo recupererò grazie a Netflix sperando non sia troppo radical.

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    1. Lo è (radical) nella misura in cui lo sono i film d'autore che partecipano ai festival. Ergo: un pochino sì, ma non ci si fa caso... per me merita assolutamente la visione.

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