sabato 2 febbraio 2019

GREEN BOOK





titolo originale: GREEN BOOK (USA, 2018)
regia: PETER FARRELLY
sceneggiatura: BRIAN HAYES CURRIE, PETER FARRELLY, NICK VALLELONGA
cast: VIGGO MORTENSEN, MAHERSHALA ALI
durata: 130 minuti
giudizio: 

Dopo la chiusura del night-club dove lavora, il rude buttafuori italo-americano Tony Vallelonga si ritrova costretto ad accettare, per soldi, di fare da autista a un ricco musicista nero, Don Shirley, pianista di grande talento e dai modi raffinati. Insieme, negli anni '60, affronteranno una lunga tournèe nel Sud degli Stati Uniti, nella parte più razzista e retrograda del Paese.


Di film ruffianissimi, superficiali, insopportabilmente buonisti, politicamente corretti, infarciti di lacrime e risate a comando e costruiti a tavolino per strizzare l'occhio agli Oscar ne ho visti davvero tanti in vita mia… ma questo Green Book li batte proprio tutti, meritandosi lo scettro di film più retorico di (almeno!) inizio millennio! Il che, intendiamoci, non vuol dire affatto brutto, anzi: Green Book è un film che piacerà tantissimo al pubblico medio, quello che vuole vedere al cinema storie semplici, edificanti e scontate, e che secondo me avrebbe avuto ancora più fortuna se fosse uscito durante le feste natalizie: dite la verità, il finale "innevato" e zuccheroso, facile facile, non ricorda forse quello di Una poltrona per due di John Landis? Corsi e ricorsi di un cinema plastificato, plasmato ad uso e consumo dello spettatore più ingenuo…

Sono troppo snob? Forse. E' uno dei miei innumerevoli difetti. E sono anche uno che al cinema piace piangere e commuoversi, ma non in modo così falso e spudorato, dove ogni sequenza del film è costruita ad arte per accrescere il climax emotivo secondo schemi così rigidamente stabiliti. Che cosa c'è di davvero autentico in Green Book? Pochissimo, quasi nient. Forse solo lo spunto di partenza, vale a dire l'amicizia tra il rozzo buttafuori Tony Vallelonga e il raffinato pianista nero Don Shirley (peraltro messa in discussione dalla famiglia di quest'ultimo), una "strana coppia" che nei primi anni '60 si ritrovò a condividere un lungo viaggio in macchina negli Stati Uniti del Sud, quelli più conservatori e razzisti, affrontando situazioni di certo ben più difficili e molto meno romanzate di quelle che si vedono nel film.


Green Book è un classico road-movie attraverso le varie anime dell'America: quella più liberal e tollerante, culturalmente e mentalmente aperta di New York City e della East Coast e quella retrograda del Sud, l'America ancora oggi più reazionaria e trumpiana, omofoba e gretta, ai tempi terreno di conquista del Ku-Klux-Klan. Una trama vista innumerevoli volte, una specie di A spasso con Daisy al contrario con l'unica variante "sociale" che prevede il musicista afroamericano ricco e famoso a differenza del bianco rozzo e spiantato, per giunta figlio di immigrati… il legame tra questi due personaggi sarà ovviamente all'inizio conflittuale, per poi diventare a poco a poco la base per un legame profondo.

Il film è un lungo collage di situazioni ed episodi studiati ad arte ma, bisogna dirlo, ben orchestrati e coinvolgenti. Nonostante i 130 minuti di lunghezza non ci si annoia mai e si empatizza con i personaggi, anche perché la sceneggiatura (cui ha messo mano anche il figlio di Tony Vallelonga, Nick) ti conduce sempre esattamente dove ti aspetti, portandoti ad immaginare (e indovinare immediatamente!) gli sviluppi della storia.


A divertire e commuovere il pubblico ci pensano però in larga misura i due meravigliosi attori protagonisti: Viggo Mortensen è semplicemente strepitoso, sembra uscito da una puntata de I Soprano! Il suo fisico imbolsito, i suoi ridicoli ammiccamenti da bulletto di quartiere, il gran lavoro sulla voce e sullo slang da italiano di Brooklyn, sboccato e caricaturale, valgono da soli il prezzo del biglietto. Ma anche Mahershala Ali non è da meno, perfettamente impostato ed elegante nella sua interpretazione di "Doc" Don Shirley (incomprensibile la scelta dei giurati dell' Academy che lo hanno candidato - con serie possibilità di vittoria - tra i NON protagonisti... mah!)


Peter Farrelly, regista di tante commedie demenziali di enorme successo insieme al fratello Bobby (da Scemo e più scemo a Tutti pazzi per Mary), questa volta si mette "in proprio" per propinarci un prodotto mainstream pulitissimo e rassicurante, che guarda con furbizia al black power e all'anima democratica dell' Academy (cosa che hanno fatto in parecchi quest'anno...) costruendo un film amabilmente ipocrita, dove tutto è smussato ad uso e consumo del pubblico di massa, per non urtare la sensibilità di nessuno. Perfino l'omosessualità di Shirley viene abilmente "svicolata", appena accennata, trattata come un dettaglio insignificante e da rimuovere prima possibile...

Il titolo del film si riferisce al The Nero Motorist Green Book, ovvero la "mappa" con i percorsi e i luoghi consigliati ai cittadini di colore per viaggiare in sicurezza e senza lasciarci la pelle nell'America degli anni '60. Specchio di una nazione (e un'idea di società) purtroppo sempre duri a morire. Anche ai tempi nostri.

8 commenti:

  1. In effetti abbastanza scontato, con tutti i cliché del genere, però veramente ben fatto. C'è da aggiungere che nell'America razzista e ipocrita le cose andavano proprio così. A volte c'è anche bisogno di staccare la spina e godersi senza tante sovrastrutture un bel "feel good movie". Visto in lingua originale probabilmente è anche più godibile per l'italo-americano di Viggo.

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    1. Andavano anche (parecchio) peggio di così... come ho scritto, si tratta di una denuncia molto "soft", per non urtare la suscettibilità di nessuno. Hai ragione, il film è fatto benissimo e il pubblico, in cerca di buoni sentimenti, accorre in sala numeroso. In più, "rischia" pure di vincere qualche Oscar: cosa chiedere ancora? Film ruffiano e furbetto, che punta dirtto (e raggiunge) il suo scopo.

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  2. Mi sa che lo salto e mi concentro su Vice!

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    1. Direi! :) tra i due proprio non c'è confronto!

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    2. Ma non diciamo belinate, Ale. Tu che puoi tra l'altro godertelo in lingua originale recuperalo assolutamente! Dopo Vice, siamo d'accordo, ma non saltarlo!

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    3. Intendevo dire "se proprio devi scegliere tra uno dei due, meglio Vice"... però anche questo si può vedere tranquillamente. Non volevo sollevare un caso! :)

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  3. Perdonami ma un po' mi offendo perché la descrizione del pubblico medio mi sa tanto di "mediocre" e non mi ritengo tale solo per aver lasciato un pezzetto di cuore nelle mani di Mortensen.
    A me il film è piaciuto, tantissimo. Per quanto sicuramente viziato da un punto di vista indulgente (l'ha scritto il figlio di Tony Lip) e da quello inesperto di chi ha diretto e scritto solo commedie, come Farrelly, l'alchimia tra i due attori è talmente esplosiva che gli si perdona qualunque cosa, anche un po' di superficialità nell'affrontare le zone più infernali e razziste d'America.

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    1. Erica, penso di aver specificato bene nella recensione (appena dopo il temine che contesti) chi e che cosa volessi intendere per "spettatore medio". Non mi pare proprio che tu risponda all'identikit ;) e in ogni caso mai mi sarei sognato di offenderti. Se l'ho fatto mi scuso, non volevo offendere te né chiunque altro. Volevo semplicemente dire che questo tipo di film ha un suo pubblico "naturale" che, di solito, non è quello cinefilo. Tutto qui. Cionontoglie che questo film possa piacere anche ai cinefili, ci mancherebbe... e comunque sugli attori sono assolutamente d'accordo con te: infatti ho scritto che sono straordinari (Mortensen su tutti). Il film, secondo me, un po' meno. Ma le divergenze di opinione ci stanno.

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