martedì 25 giugno 2019

VOX LUX




titolo originale: VOX LUX (USA, 2018)
regia: BRADY CORBET
sceneggiatura: BRADY CORBET
cast: NATALIE PORTMAN, RAFFEY CASSIDY, STACY MARTIN, JUDE LAW
durata: 114 minuti
giudizio: 


1999: la tredicenne Celeste sopravvive per miracolo alla follia di uno studente che uccide a colpi di fucile l'insegnante e i suoi compagni di classe. Durante il ricovero in ospedale scriverà una canzone in loro memoria, che la renderà famosa.
2017: Celeste, ormai star della musica pop, si prepara a una lunga tournée in compagnia della sorella e della figlia adolescente.


Ci sono film che con il tempo prendono quota, acquistando concretezza e solidità. E' passato quasi un anno dalla proiezione veneziana di Vox Lux, e rivisto adesso, a mente fredda e consapevolmente, il nuovo film di Brady Corbet dimostra una perfezione quasi chirurgica nel mettere in mostra quello che, come recita il beffardo sottotitolo, è davvero un ritratto raggelante del XXI secolo. Corbet ancora una volta spiazza e stupisce, esattamente come già fece nel 2015 nel suo folgorante debutto con L'infanzia di un capo, solo che questa volta la metafora del nostro tempo si fa ben più globale e assoluta, lasciando poco spazio all'interpretazione.

Un film ambizioso e curatissimo, maniacale nello stile e nei dettagli, i cui difetti in apparenza più evidenti (i continui "salti" di sceneggiatura) sono in realtà funzionali al messaggio: viviamo in un'epoca caratterizzata dalla rimozione dei ricordi, sbilanciata sul presente, la cui frenetica quotidianità non lascia spazio al ragionamento, obbligandoti a consumare, sfruttare, liquidare ferocemente nel più breve tempo possibile tutto quello che hai a disposizione senza porti domande, per poi ricominciare daccapo e consumare ancora. E' la logica del "tutto e subito", del vivere veloce, le cui conseguenze si riflettono nella vacuità dei rapporti umani di oggi. 

Sarebbe troppo facile liquidare Vox Lux come un semplice film sui cambiamenti sociali, sull'invadenza dei media, sull'importanza della nostra immagine esterna contrapposta al vuoto interiore dei contenuti, nella musica come nella vita. Vox Lux è (anche) tutto questo, ma è soprattutto un affascinante trattato sull'incomunicabilità globale o, peggio, sui pericoli relativi all'emulazione di certi messaggi dettati dallo strapotere della pubblicità, che trasformano l'effimero in necessario, il fittizio in reale, compresi i sentimenti e le relazioni.

La protagonista, Celeste, è un'adolescente che nel 1999 sopravvive per miracolo a una sparatoria scolastica che rimanda, senza mai nominarlo, al massacro di Columbine avvenuto nello stesso anno e già trattato in mille altri film. Quello che sappiamo di lei ci viene raccontato da una voce fuori campo (quella di Willem Dafoe) che fa assomigliare il film a un falso documentario sulla sua vita, la cui narrazione ci accompagnerà con cadenze regolari fino all'epilogo, raccontandoci la "coscienza critica" di una ragazzina che diventerà, suo malgrado, un simbolo di un paese disperatamente bisognoso di eroi e di personaggi da sacrificare sull'altare dello star-system.

Celeste (interpretata dalla brava Raffey Cassidy, già vista ne Il sacrificio del cervo sacro di Lanthimos, e quindi già addestrata ai ruoli "maledetti") approfitterà, in modo del tutto innocente, della commemorazione delle vittime per cantare una canzone scritta da sua sorella Ellie (Stacy Martin) che, per puro caso, sarà notata da uno stropicciato impresario musicale (Jude Law) che ne farà una hit da classifica. Nel giro di pochi mesi Celeste diventerà un marchio pregiato, un brand da milioni di dollari: il collare metallico che le serviva per coprire le ferite diventerà un gadget, un accessorio di moda indossato da milioni di ragazzine, il simbolo del successo.

La prima parte del film termina in un giorno non certo casuale: è l' 11 settembre 2001, e proprio nel giorno più tragico per l'America Celeste sorprende sua sorella e il suo manager a dormire nello stesso letto. La perdita dell'innocenza di una nazione intera si sovrappone così a quella della ragazza, che da quel momento svilupperà una corazza protettiva fatta di dolore, cinismo e rabbia, gli strumenti più immediati per la sopravvivenza nello spietato mondo dello spettacolo. Il messaggio è chiaro: la società in cui vivi, il mondo che ti circonda, gli ambienti che frequenti incidono irrimediabilmente sul carattere di una persona, modificandolo di conseguenza. Non esiste meritocrazia ma solo fortuna nel nascere nella parte fortunata del pianeta, e questo dovremmo ricordarcelo in ogni momento della nostra vita... per stare meglio tutti.

Poi, dopo un brusco salto temporale di sedici anni, il film riparte. Siamo nel 2017, e Celeste è ormai diventata un'icona globale, una popstar viziata e infelice che è stata fagocitata dal quel sistema che tanto odia. La interpreta Natalie Portman, che entra in scena dopo ben 54 minuti e si mangia il film, restituendoci l'immagine di una donna sola e senza affetti, dalla vita privata in frantumi, semi-anoressica e tossicodipendente, vittima e allo stesso tempo carnefice dell'immagine che si è costruita, che dispone a piacimento delle pedine che le gravitano attorno ma senza trarne alcun beneficio affettivo.

La trentenne Celeste, quasi come un buco nero, ha assorbito e distrutto ogni cosa vicino a sè: non riesce a farsi amare dalla figlia diciottenne (interpretata dalla stessa Raffey Cassidy, nell'evidente intento di rappresentare la sua immagine allo specchio) che infatti è stata cresciuta dalla sorella. Quella sorella con cui ora ha un rapporto gelido e conflittuale, e alla quale ha portato via la fama, il partner, la dignità, provando a ricambiarli con il denaro, ovviamente con scarsi risultati.


La Celeste adulta è una giovane donna cresciuta troppo in fretta che non riesce ad uscire dalla prigione dorata che le hanno costruito intorno. Lei stessa sa benissimo di essere ormai un personaggio e non una cantante. Sa benissimo di essere stata costruita e messa sul piedistallo senza meriti effettivi, tanto da farle odiare ancora di più la sua professione: le canzoni che lei stessa scrive (e che per il film sono state composte dall'australiana Sia) sono pezzi facili e ben poco "artistici", e la sua stessa voce è tutt'altro che eccezionale. Corbet è bravissimo a mostrarci quanto nel XXI secolo tutto sia apparenza, la fama è più potente dell'arte e l'unica religione possibile è il successo. L'unica cosa che conta.

Vox Lux è un film tremendamente efficace nel messaggio che veicola: viviamo in una società che ci opprime senza che noi ce ne rendiamo conto, dalla quale non riusciamo a liberarci pur avvertendone la necessità, esattamente come la protagonista del film, che è ben consapevole di non poter mandare al diavolo lo showbiz, in quanto ormai è parte integrante di esso, esattamente come noi.

Non vogliamo rinunciare a ciò che ci rende infelici per paura di perdere il nostro tenore di vita, la nostra posizione, il nostro ruolo all'interno del teatrino, e poco importa se questo è insignificante: ci basta sentirci star di uno spettacolo rutilante ma pietoso, e ci sentiamo vivi solo quando andiamo sul palco... proprio come Celeste, i cui unici momenti di felicità sono relegati ai suoi concerti live, gli unici in cui riesce a sentirsi amata (dai suoi fan festanti).

Vox Lux è un'inquietante e lucidissima allegoria del nostro tempo. Non è esente da imperfezioni, ma avercene di film così "imperfetti" che riescono a farti ragionare e riflettere anche dopo mesi. E che, anzi, acquistano consistenza ad ogni nuova visione. Il suo regista, Brady Corbet, è un trentenne talentuoso che sa di esserlo e forse eccede un po' nel narcisismo, esattamente come il suo quasi coetaneo Xavier Dolan... ma le analogie tra i due finiscono qui: alla malinconica e empatica drammaticità di Dolan si contrappone la pragmatica e scientifica freddezza di Corbet, che guardacaso è stato interprete per Haneke e Von Trier: dimmi con chi reciti e ti dirò chi sei...
 

4 commenti:

  1. Forse dovrei rivederlo, perchè a distanza di quasi un anno davvero poco mi è rimasto, se non la sensazione che ci fossero tutti gli ingredienti per un signor film che invece fatica a decollare. Ricordo una prima parte molto più interessante della seconda, in cui comunque giganteggia la Portman. Ma è Corbet che mi crea problemi, sempre troppa forma e pochi contenuti.

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    1. Anche a me alla prima visione (a Venezia) erano balzati agli occhi più i difetti che i pregi, anche se avevo percepito lo stesso un qualcosa di importante. Rivisto dopo un anno, con calma, e sedimentata la visione, mi sono reso conto di aver assistito a un'opera notevole, piena di significati, un ritratto agghiacciante ma potentissimo dei nostri giorni. I film andrebbero sempre fatti un po' sedimentare... sullo stile non discuto, a me ricorda molto Haneke (d'altra parte Corbet è stato un suo adepto) ma capisco possa essere faticoso da digerire. I contenuti però, almeno per me, ci sono eccome.

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  2. Mi hai incuriosito abbestia! Penso che seguirò il tuo consiglio, senza remore. Ne riparliamo!
    Buona serata.
    Mauro

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    1. Intendi il consiglio che ho dato su facebook? penso che sono arrivato ben ultimo nel metterlo in pratica... vai pure, Mauro: senza remore! ;)

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