mercoledì 20 maggio 2020

FAVOLACCE


titolo originale: FAVOLACCE (ITALIA/SVIZZERA, 2020)
regia: DAMIANO E FABIO D'INNOCENZO
sceneggiatura: DAMIANO E FABIO D'INNOCENZO
cast: ELIO GERMANO, BARBARA CHICHIARELLI, MAX MALATESTA, GIULIA MELILLO,GABRIEL MONTESI, JUSTIN KOROVKIN, TOMMASO DI COLA, GIULIETTA REBEGGIANI, MAX TORTORA (VOCE)
durata: 99 minuti
giudizio: 



Storie di ordinaria (dis)umanità della periferia romana, dove famiglie apparentemente irreprensibili covano dentro un malessere esistenziale che, manco a dirlo, si ripercuote  tutto sui figli.



Contrariamente a quello che si può pensare, e al netto del (purtroppo) prevedibile sciovinismo della critica "sovranista" di casa nostra, credo che Favolacce non piacerà granchè ai cinefili e menchè meno al pubblico generalista (ammesso che sia possibile avere un pubblico generalista per un film distribuito a pagamento su varie piattaforme streaming, ma questo è un altro discorso...). Potrà forse sorprendere, quello sì, chi magari non è abituato a un certo tipo di cinema appena appena fuori dagli schemi, ma in realtà l'opera seconda dei fratelli D'Innocenzo mi pare molto meno sperimentale e innovativa di quello che sembra. Va da sè che quando si leggono dieci recensioni prese a caso sui giornali, ognuna delle quali lo paragona a un film diverso, vuol dire che, forse, quello che mostra sa un tantinello di già visto...

Per questa loro opera seconda, infatti, i due registi romani abbandonano le comode (ma notevoli) atmosfere noir del loro esordio, La terra dell'abbastanza, per cimentarsi con un registro grottesco, sopra le righe, per il quale si sono sprecati i paragoni: da Lanthimos a Ulrich Seidl, da Groning a Corbet, fino all'immancabile Michael Haneke (l'unico verso cui, a mio giudizio, Favolacce ha parecchi debiti, ma sono debiti pesanti) e perfino a John Carpenter (!). Il problema è che non bastano le atmosfere torbide e la solita, ennesima finestra sulla periferia feroce e moralmente degradata per realizzare un film davvero originale. E se è pur vero che l'originalità non è una caratteristica essenziale di un buon film, in questo caso ci troviamo di fronte a un'opera incompiuta, poco coraggiosa, che rimane sempre in superficie senza mai andare a fondo delle situazioni che sviluppa, risultando anche piuttosto noiosa, almeno per tutta la parte iniziale.

Siamo a Spinaceto, appendice sud di Roma, quartiere anonimo ma nient'affatto spaventoso, fatto di villette a schiera con giardino, piscine gonfiabili ed erba ben rasata ("Spinaceto, però... pensavo peggio!", diceva Nanni Moretti). Qui un padre di famiglia disoccupato e depresso (ma che gira in Suv) prova a convincere se stesso e gli altri (i vicini di casa) che bisogna pensare positivo e godersi ciò che si ha di bello nella vita, nella fattispecie i due figli piccoli: entrambi bravissimi e secchioni, con tutti dieci in pagella, eppure terribilmente introversi e spaesati, come del resto i loro amichetti. Non ci vuole molto a capire che quella famiglia e quella comunità non sono propriamente delle oasi felici, e che di lì a poco il malcontento progressivamente deflagrerà fino a conseguenze... in teoria inimmaginabili, ma che in realtà lo spettatore cinefilo, che conosce Lanthimos, Seidl, Groning, Haneke e Carpenter, immagina benissimo.


I gemelli D'Innocenzo, attraverso una "favolaccia" cruda e nichilista, provano a raccontarci l'infanzia negata di molti bambini figli di genitori infelici, sui quali le colpe dei padri ricadono pesanti come macigni (e qui l'accostamento con Haneke, da Il settimo continente a Il nastro bianco, a mio avviso l'unico non campato per aria, appare davvero evidente e pertinente). L'incomunicabilità tra genitori e figli rivelerà l'enorme distanza tra la gretta esistenza dei primi e la voglia di normalità dei secondi, che non intendono rassegnarsi a un destino apparentemente già scritto. Lo fanno però con una messinscena piatta e monocorde, molto di maniera, dove la tensione non si avverte quasi mai e le scene cosiddette "disturbanti" sono in realtà due-tre al massimo, di cui solo una per me davvero riuscita (ma più per merito di un Elio Germano in grande spolvero, bravissimo come al solito in un ruolo che più sgradevole non si può, che per effettivi meriti di una sceneggiatura inopinatamente premiata a Berlino).

Appare addirittura impietoso il confronto, che ho letto da più parti, tra il già citato Il settimo continente (film d'esordio di Michael Haneke) e Favolacce: è vero hanno "trame" (se così vogliamo chiamarle) abbastanza simili, ma clamorosamente diverse sono le sensazioni che smuovono: se il film del maestro austriaco è quasi insostenibile per l'angoscia, l'oppressione, la sofferenza, l'inquietudine che trasmette dall'inizio al clamoroso finale, Favolacce è una patinatissima dark-comedy che potrà magari impressionare il pubblico meno smaliziato, ma che al contrario lascia piuttosto freddi quelli che masticano un po' di cinema europeo di qualità, i quali non vedono davvero i motivi per incensare oltre il dovuto un prodotto tutto sommato debole e ripetitivo, spacciato per nuovo da una critica debole, disattenta e spesso ben attenta a non inimicarsi il "sistema".

Favolacce, intendiamoci, si può anche vedere: è scritto dignitosamente, girato dignitosamente, interpretato anche più che dignitosamente.
Ma Haneke, per favore, lasciamolo stare.

8 commenti:

  1. Egregio, stavolta mi dissocio.
    I riferimenti sono evidenti e palesi, ma per me questo non è un demerito. Senza scomodare paragoni ingombranti, l'atmosfera sporca l'ho proprio sentita.
    Poi Germano dà un'umanità al suo personaggio incredibile, ma anche la bionda coatta...

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    1. ma infatti, come ho scritto, le performance degli attori sono fi gran lunga la cosa migliore del film. Il resto però no, non mi ha convinto per niente.È vero, anche per me i riferimenti ai grandi autori del genere sono evidenti. Ma anche - ahimè- a mio avviso puo(

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  2. Piatta e monocorde è una sintesi perfetta. Forse avevo delle aspettative troppo alte, però non mi ha coinvolto, né molto convinto. Probabilmente è anche penalizzato dal piccolo schermo e dall'audio pessimo. Le riprese da lontano e fuori campo si susseguono e alla lunga risulta estenuante. Ciò non toglie che i due fratelli siano molto coraggiosi e promettenti: sono giovanissimi, ne hanno di strada; sono fiducioso.

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    1. Concordo assolutamente con te. Riguardo l'audio,in effetti è pessimo ma pare che sia una prerogativa, purtroppo, solo della versione streaming: chi lo ha visto in sala, a Berlino, dice che lì era ottimo... ad ogni modo anch'io ritengo che i D'Innocenzo abbiano molto potenziale, il rischio è che si sentano già "arrivati" appena al secondo film...

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  3. La bionda coatta racchiude tutto un mondo e lo fa talmente bene (sia per scrittura che per interpretazione), che davvero si riesce a respirare quella "vita" (per chi non l'ha mai respirata, ma per chi l'ha respirata ancora di più). Anche io stavolta mi dissocio, devo dire che (indipendentemente dai richiami o dalle somiglianze con altri registi o altri tipi di cinema), ho trovato il film davvero riuscito per come riesce a raccontare in maniera quasi neorealistica uno spaccato di vita e di provincia (ma poi va bene qualsiasi provincia, infatti Spinaceto è delt tutto spersonalizzata), facendo però ricorso ai toni grotteschi e favolistici (soprattutto in sede di colonna sonora e soluzioni registiche).

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    1. Sì, l'attrice che interpreta la coatta incinta (Ileana D'Ambra) è molto brava, come (ribadisco) tutti gli interpreti del film. Poi, è chiaro, le somiglianze ci sono e possono dare più o meno fastidio... io sinceramente non l'ho trovato così "dusturbante", forse perché avevo altre aspettative... comunque intendiamoci: non è un film da demolire in toto, solo che disapprovo che grida all'ennesimo "miracolo" del cinema italiano

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  4. Come sai non sono una grande amante dei film di Haneke, ma devo dire che in effetti rispetto a questo sono di un altro pianeta. Ho trovato questo film davvero ipocrita: vorrebbe essere morbosetto e invece è solo sgradevole. Non l'ho proprio amato.

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    1. guarda... a me non è sembrato nemmeno tanto sgradevole, ma solo già visto. È un film che ho già dimenticato. Ad ogni modo la mia critica è più che altro verso i tanti critici (scusa il gioco di parole) che ci hanno visto chissà quale capolavoro

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