sabato 24 ottobre 2020

IL PROCESSO AI CHICAGO 7


titolo originale: THE TRIAL OF THE CHICAGO 7 (USA, 2020)
regia: AARON SORKIN
sceneggiatura: AARON SORKIN
cast: SACHA BARON COEN, EDDIE REDMAYNE, FRANK LANGELLA, MARK RYLANCE, JOSEPH GORDON-LEVITT, YAHYA ABDUL-MATEEN, JOHN CARROLL LYNCH, MICHAEL KEATON
durata: 130 minuti
giudizio: 



Chicago, 1968: durante la convention del Partito Democratico un gruppo di pacifisti manifesta contro l'intervento armato in Vietnam. Provocati dalla polizia, sette di loro verranno arrestati per disordini e costretti a subire un processo-farsa di enorme impatto mediatico. 



Domanda: è ancora possibile, nel 2020, girare un ennesimo film processuale, tutto ambientato dentro un'aula giudiziaria, dalla durata non canonica (ben 130 minuti) e riuscire a far appassionare gli spettatori dalla prima all'ultima scena? Risposta: sì, assolutamente, ma solo se a dirigerlo (e soprattutto a scriverlo) è Aaron Sorkin e ad interpretarlo è un cast di attori meravigliosi... aggiungeteci poi che i fatti narrati si riferiscono a un episodio oscuro e (volutamente?) dimenticato della storia americana, con ovvi rimandi al presente, e otterrete uno dei migliori film della stagione. Peccato che se non siete stati tra i pochi fortunati in grado di apprezzarlo in una sala cinematografica (privilegio concesso solo a chi vive nelle grandi città) dovrete accontentarvi di vederlo su Netflix. Ma questa è un'altra storia.

Da tempo vado dicendo che Aaron Sorkin è forse il miglior sceneggiatore al mondo: lui lo dimostra srcivendo un film brillante, irriverente, mai noioso, dove la regìa per precisa scelta segue un taglio basso per asservirsi a una partitura capace di mettere in risalto attraverso i dialoghi le enormi contraddizioni di un Paese (gli Stati Uniti) spesso (auto)proclamatosi culla della democrazia e invece clamorosamente indietro nella salvaguardia di uno dei diritti umani più elementari, quello della libertà d'espressione. Sorkin prende a pretesto un caso simbolico, Il processo ai Chicago 7, appunto, per metterci in guardia da chi cerca di processare le idee, soprattutto se sgradite al potente di turno: "Non andiamo in galera per quello che abbiamo fatto, ma per quello che SIAMO", dice a un certo punto Abbie Hoffman, uno degli imputati, nella frase-chiave del film. Un film orgogliosamente schierato, liberale, che irrompe a gamba tesa nel bel mezzo della campagna elettorale di quest'anno. E certo ben poco gradito a Trump (è un merito, intendiamoci...)

Il film però racconta di un'altra campagna elettorale: siamo nel 1968, anno simbolico della contestazione. Durante la convention democratica un gruppo di cittadini manifesta pacificamente contro la guerra in Vietnam e viene prima provocato e poi represso dalla polizia, neanche troppo velatamente "istruita" in merito dalla presidenza di Lyndon B. Johnson, il "presidente per caso" insediatosi alla Casa Bianca dopo l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Sette di loro (tra cui i leader del movimento studentesco, quelli del partito pacifista e, seppur del tutto estraneo ai fatti, il presidente delle "Pantere Nere" Bobby Seale) vengono arrestati e costretti a subire un processo già scritto per incitamento alla violenza, presieduto da un giudice clamorosamente e ignobilmente di parte, che malgrado le evidenze condurrà il dibattimento a senso unico pilotandolo verso l'ovvia sentenza di colpevolezza.

Al giudice Julius Hoffman (uno strepitoso Frank Langella, per lui mi aspetto come minimo l'Oscar) poco importa infatti di far passare per martiri degli imputati palesemente innocenti: la ragion di stato, in questo caso la repressione di ogni voce contraria alla "linea dura" dell'intervento armato, sostenuta dai repubblicani, prevede la condanna senza attenuanti dei capri espiatori che hanno osato opporsi alla follia della guerra. La vicenda però gli sfugge di mano quando il processo, ormai assurto agli onori delle cronache, diventa un evento mediatico che scuote le coscienze del Paese, sollevando l'indignanzione popolare. Il messaggio di Sorkin è chiaro, appassionato e appassionante: i diritti vanno conqustati e difesi, senza mai abbassare la guardia, non dando mai per scontato che una volta acquisiti possano diventare intoccabili, oggi come allora.

Ne viene fuori una pellicola emozionante e coinvolgente, sentìta, profonda, onesta, sincera, capace di smuovere sensazioni profonde, perfino nel retoricissimo eppure splendido finale (che ovviamente non vi racconto). Una storia di ingiustizia profonda e di ostinata ribellione, un pamphlet contro la corruzione morale e politica dei poteri forti, un accorata esaltazione della forza del pensiero e delle idee. Splendidi tutti gli attori: di Langella abbiamo già detto, ma come non menzionare almeno il sempre grandissimo Mark Rylance (l'avvocato della difesa), oltre agli "imputati" Sacha Baron Coen, John Carroll Lynch, Yahya Abdul-Mateen e Eddie Redmayne. Oltre al piccolo ma incisivo cameo di un Michael Keaton ormai in costante stato di grazia.



9 commenti:

  1. Avevo dei dubbi un po' perché gli sceneggiatori che poi fanno i registi di solito non mi hanno mai convinta più di tanto, un po' perché Molly's Game non mi era piaciuto. Ciò detto se solo l'ennesimo cineblogger che parla benissimo di questo film, quindi devo decidermi a vederlo quanto prima!

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    1. Per fortuna c'è Netflix, che ci dà la possibilità di poterlo vedere quando vogliamo. Lungi da me essere blasfemo: la sala per me è sempre il luogo ideale, ma in questo momento bisogna cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno.

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  2. Ha vinto tutto, mi ha esaltato anche con la retorica (che di solito è materia Spielberghiana), ma oltre al ritmo a colpirmi anche la capacità di tirare fuori ottime interpretazioni da tutti, Langella è un gigante ma Eddie Redmayne, che non ho mai gradito più di tanto, qui è davvero bravo. Cheers

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    1. Su Redmayne sfondi una porta aperta: la penso come te e diversi altri utenti mi hanno scritto la stessa cosa. Per me rimane un attore mediocre, ma in questo caso se l'è cavata egregiamente. Chapeau.

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  3. Appena visto. Diciamo che non è un film molto innovativo ma sa coinvolgere. Non mi ha suscitato il tuo stesso entusiasmo ma l'ho visto comunque volentieri. Di questi fatti non ne sapevo molto e ora ne sono a conoscenza. Anche questa è la funzione del cinema.

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    1. Esatto. Una volta si sarebbe detto "un film di impegno civile", definizione che non passa mai di moda. Oggi come allora.

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  4. Bello, però un film del genere meriterebbe di essere visto al cinema. Anche se di questi tempi è un'utopia.

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    1. Certo che sì... ma non possiamo farci nulla purtroppo. Anch'io preferisco di gran lunga il grande schermo, ma qusndo non si può bem vengano le soluzioni alternative.

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