lunedì 1 febbraio 2021

PIECES OF A WOMAN



titolo originale: PIECES OF A WOMAN(USA, 2020)
regia: KORNEL MUNDRUCZO
sceneggiatura: KATA WEBER
cast: VANESSA KIRBY, SHIA LABEOUF, ELLEN BURSTYN, SARAH SNOOK, MOLLY PARKER
durata: 128 minuti
giudizio: 


Martha è in attesa di una bambina insieme al compagno Sean, ma dopo un terribile travaglio il parto finisce con la morte della neonata, causata (forse) dall'impreparazione dell'ostetrica giunta in soccorso. Inutile dire che la tragedia minerà irrimediabilmente il rapporto tra i due genitori...  




Il cinema esiste ormai da più di un secolo e ci pare davvero di aver visto tutto sul grande schermo. Eppure ogni tanto, ciclicamente, salta sempre fuori qualcuno che con il pretesto di "sorprendere" il pubblico decide di giocare sporco mostrando l'infilmabile, ossia qualcosa di talmente agghiacciante e osceno che proprio non si può far vedere... non per moralismo, badate bene, ma semplicemente per decenza e riguardo verso lo spettatore.

Certo, il sottoscritto è un quasi cinquantenne single (non per scelta) che magari non è abituato, o meglio (im)preparato a certe scene. Magari per le donne è diverso (e sarei proprio curioso di sentire i pareri delle mie tre lettrici) eppure sono fermamente convinto che ciò che viene mostrato nella prima mezz'ora di Pieces of a woman sia pornografia pura, che nulla ha a che vedere con un approccio neorealista al cinema ma solo con la morbosità di un regista deciso a spingersi ben oltre i limiti del buon gusto per far parlare di sè. Insomma, lo sapete: la prima mezz'ora di Pieces of a woman ci sbatte in faccia (in un soffocante, infinito piano sequenza) l'intera odissea di una donna che partorisce una figlia morta, con stomachevole dovizia di particolari...

Ventitrè minuti di osceno e ingiustificato voyuerismo in cui vediamo una giovane madre perdere la propria figlia un istante dopo averla messa al mondo, dopo indicibile sofferenza. Una tragedia devastante, perfettamente comprensibile per chiunque (credo) anche senza il bisogno di essere violentato da immagini disgustose e del tutto inutili ai fini della storia, oltre che palesemente raffazzonate: non si capisce, giusto per fare un esempio, come il corpicino della neonata venga sempre mostrato senza un grumo di sangue addosso pur essendo appena uscito dall'utero della madre. Immagini false, falsissime, astutamente ricattatorie che confermano l'impressione iniziale: quella di un film piatto, avaro di idee, che gioca sporco con lo stomaco dello spettatore per sferrargli un colpo basso che lo costringa a ricordarsi di una pellicola che altrimenti scivolerebbe via con ben pochi sussulti.

La restante ora e mezza di Pieces of a woman è infatti un'ordinaria messinscena dell'elaborazione di  un lutto, con tutto ciò che ne è naturale conseguenza: l'impossibilità di reagire a un dolore così grande, la crisi di coppia, la separazione, la lunga convivenza con i fantasmi del passato. Niente che non abbiamo già visto in mille altre pellicole a tema (ho letto accostamenti ridicoli, tipo quello con La stanza del figlio di Nanni Moretti... beh, tra questi due film c'è la stessa distanza che tra la Terra e Plutone), oltretutto facendo ricorso a un simbolismo talmente artificioso (per non dire fastidioso), oltre che scontato e ripetitivo fino alla nausea: i germogli in frigo, il ponte in costruzione, le mele che da marce (sic!) diventano rigogliose e floride non appena la protagonista (spoiler!) ricostruisce la propria vita in happy end talmente posticcio da sembrare incollato con il Vinavil...

Certo, alla fine restano le belle prove delle attrici (Vanessa Kirby su tutte, che peraltro madre non lo è ancora), un drammatico monologo della grande Ellen Burstyn (che probabilmente prenota un altro Oscar), l'interpretazione sofferta e in sottrazione di un dimesso Shia LaBeouf, che forse avrebbe meritato maggior attenzione a Venezia (ma bisognava in qualche modo premiare Favino), ma tutto passa in secondo piano rispetto a un approccio iniziale di pessimo gusto e infinita retorica, mentre restano (volutamente?) in superficie aspetti che invece sarebbe stato interessante veder sviluppati: la differenza di classi sociali, il ritorno alla vita "normale", il rapporto tra le due vittime (la madre e l'ostetrica) entrambe segnate da un dolore impossibile da cancellare ma unite dalla tragedia, che invece viene relegato nelle brevi sequenze del processo.

Pare che la sceneggiatrice Kata Weber (nonchè compagna del regista) abbia raccontato in questo film la sua vicenda personale. Massimo rispetto ovviamente per la tragedia, ma la sensazione è che la sua partitura cerchi più la rabbia che la comprensione, sembri più uno sfogo, un isterico desiderio di vendetta verso un destino tragico piuttosto che la rappresentazione di un dolore universale, difficile da comprendere. Solo che noi spettatori vediamo i film e quelli giudichiamo, e per questo diventa davvero arduo empatizzare verso un prodotto plastificato, retorico, tanto subdolo quanto impossibile da approcciare con sentimenti diversi da quelli repulsivi che affiorano in massa fin dalle prime immagini.

16 commenti:

  1. Sinceramente ho scarso interesse in generale per questo film, ma penso che ora lo saltero' proprio. E magari mi rivedro' La stanza del figlio, va la'...

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    1. Tra i due non c'è davvero paragone: il film di Moretti è un capolavoro, questo fa lo stesso effetto di un elefante in una cristalleria...

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  2. Già non volevo vedere questo film: sono due volte mamma e certe tematiche proprio non posso sopportare di vederle al cinema. Figuriamoci poi se sono trattate in questo modo! Mi spiace non poterti aiutare con un parere personale sulla pellicola ma proprio non reggerei la visione...

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    1. Non faccio fatica a crederlo. Sono uno che ha visto centinaia di film, di tutti i tipi, molti di questi violenti e disturbanti ogni misura. Ma a certe nefandezze non ci si può davvero abituare, specie se si è donna e madre. Ti capisco.

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  3. Si, anche a me non ha convinto molto

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  4. Io invece l'ho trovato molto profondo e doloroso, nel senso che è un film che ti fa male ma con ragion dovuta, ti obbliga a provare quelle sensazioni altrimenti indescrivibili in altro modo. Sono rimasta scioccata e non so se lo rivedrei ma di sicuro non lascia indifferenti, per me è stata una visione necessaria.

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    1. Per me i film "necessari" (ammesso che questa parola abbia ancora un significato) sono quelli che ti obbligano a riflettere, a prendere coscienza di un problema o di una situazione. Questa per me è solo spettacolarizzazione del dolore, un voyuerismo insano e fine a se stesso, un modo subdolo per catturare l'attemzione drl pubblico. E ti giuro che mi sono approcciato alla visione senza alcun pregiudizio.

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  5. Ho sofferto sapendo di soffrire, diciamo che ero preparata. Però non l'ho trovato affatto volgare: durissimo sì ma non osceno, e te lo dice una che non è madre e credo proprio non lo sarà mai. Però quel dolore e quel disagio non l'ho sentiti affatto costruiti, anzi. Lasciami però dire che il film è tutto imperniato sulla figura di Vanessa Kirby: lei è semplicemente straordinaria, non vedo chi quest'anno possa rubarle l'oscar. Quello sì che sarebbe uno scandalo!!

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    1. Lei è straordinaria e di sicuro sarà grande protagonista della award season (addirittura è in lizza con due film, essendo anche interprete di "The world to come") tuttavia la sua bravura (indiscutibile) non offusca il mio sguardo e il mio approccio al film.

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  6. Mi accodo alle ultime due commentatrici, ma ne hai letto anche da me quindi sai cosa ne penso. Secondo me quella sequenza iniziale, invece, è importante perché se non lo "vivi" anche tu quello stesso dolore, non puoi poi capire il percorso della protagonista.

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    1. ... e forse é per questo che a me ha tanto disturbato. Ma certo non pretendo che tutti abbiano le mie stesse sensazioni: del resto la sensibilità cambia radicalmente da persona a persona: ognuno di noi ha una diversa soglia del dolore. Per questo rispetto ogni opinione.

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  7. Non si può sempre chiudere gli occhi facendo finta di non vedere. Se la violenza è necessaria ben venga per mostrare quello che nessuno vorrebbe accadesse.

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    1. Credo, lo ripeto, che nel caso specifico di questo film la “violenza” delle immagini sia assolutamente gratuita. Ma è chiaro che si tratta solo della mia opinione...

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  8. Sinceramente non mi sembra di aver visto tutto questa violenza nè morbosità (addirittura pornografia? mah) nella prima parte del film, semplicemente una visualizzazione dolorosa utile e funzionale al resto del film, che come giudizio finale direi appena sufficiente. Che sia mancata di autenticità questo invece sì, potevano farla meglio.

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    1. Come ho scritto, è questione di sensibilità personale. A me la prima mezz'ora ha fatto schifo, in senso fisico intendo. Ho provato disgusto, repulsione. E credo che un grande regista avrebbe potuto far provare allo spettatore lo stesso disagio senza mostrare quello che (per me) proprio non si può mostrare. Sulla mancanza di autenticità invece ritengo ci siano pochi dubbi.

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