lunedì 16 agosto 2021

MARX PUO' ASPETTARE


 
titolo originale: MARX PUO' ASPETTARE (ITALIA, 2021)
regia: MARCO BELLOCCHIO
sceneggiatura: MARCO BELLOCCHIO
cast: MARCO BELLOCCHIO, PIERGIORGIO BELLOCCHIO, ALBERTO BELLOCCHIO, LETIZIA BELLOCCHIO, MARIA LUISA BELLOCCHIO, PIER GIORGIO BELLOCCHIO, ELENA BELLOCCHIO, GIANNI SCHICCHI, PIA BAREGGI 
durata: 96 minuti




Dopo cinque anni di faticosa e sofferta gestazione, Marco Bellocchio fa uscire al cinema questo documentario famigliare il cui "convitato di pietra" è il fratello gemello Camillo, morto suicida il 27 dicembre 1968, il cui spirito aleggia in ogni film del regista piacentino...




I miei lettori più attenti (sto scherzando...) si saranno senz'altro già accorti che in questa recensione non ci sono le famigerate "stellette", cosa che in dodici anni di blog mi è capitata davvero di rado. I film senza stellette sono quelli che mi mettono in grande difficoltà; quelli per cui per varie ragioni non riesco a scrivere un giudizio obiettivo, non influenzato dal mio personale giudizio morale. So bene che un bravo critico cinematografico non dovrebbe mai lasciarsi andare a considerazioni troppo personali quando parla di un film, poichè la critica dovrebbe essere il più possibile obiettiva. Ma io, che critico non sono, per una volta voglio prendermi la facoltà di dispensarmi dall'esprimere una valutazione fin troppo sofferta su un film che, sebbene (con pieno merito) osannato dalla critica, mi ha lasciato davvero troppo, troppo amaro in bocca. Inaspettatamente.

Marco Bellocchio ha impiegato quasi cinque anni per realizzare Marx può aspettare. L'occasione gli era venuta nel 2016, durante un pranzo natalizio che per l'occasione aveva riunito l'intera (e numerosa) famiglia del regista, in particolar modo i fratelli maggiori Piergiorgio (stimato critico letterario) e Alberto (ex sindacalista) nonchè le sorelle Maria Luisa e Letizia. Sono un nome mancava all'appello, il più ingombrante di tutti: quello di Camillo, il fratello gemello di Marco, morto suicida a poche ore dalla notte di Capodanno del 1968 e scomodo convitato di pietra della reunion. E' lui il protagonista di un film che tutto è dedicato alla sua memoria. Ma che in realtà, come vedremo, si tratta di tutt'altro che di una celebrazione.

Marx può aspettare è la storia di due fratelli gemelli eppure diversissimi tra loro, di una diversità che risulterà fatale al povero Camillo, vissuto per tutti i suoi ventinove anni scarsi all'ombra di Marco, il più brillante, intelligente, estroso e risoluto della famiglia. Quando Camillo si toglie la vita in casa sua, impiccandosi a una spalliera da palestra, Marco era già un regista affermato avendo già diretto due film "di culto" come I pugni in tasca e La Cina è vicina. Quando Camillo si toglie la vita in una fredda notte di dicembre, vinto dal proprio senso di inadeguatezza, Marco già viveva a Roma, aveva già vinto svariati premi internazionali e si preparava a diventare uno degli Autori più importanti della storia del cinema italiano. 

Camillo era invece una persona introversa, fragile, sensibile nei modi e nell'animo. Parlava pochissimo e non si relazionava con le persone, tanto che ai genitori era sembrato perfino un po' ritardato. Così, mentre i fratelli si avviavano a percorrere le loro strade, che li porteranno ad assumere ruoli diversi ma comunque tutti di primo piano nelle loro attività (Piergiorgio diventerà un celebre intellettuale nonchè scrittore, divulgatore e critico letterario, Alberto sceglierà la carriera sindacale, di Marco... sapete tutto) Camillo sarà spinto forzatamente dal padre ad iscriversi a una scuola per geometri, ovvero quanto più lontano possibile dalla sua indole umanistica, dove naturalmente accumulerà bocciature e frustrazioni. Ritiratosi dagli studi, troverà poi la sua strada diventando professore di educazione fisica e guadagnandosi la stima della famiglia. Ma sarà troppo tardi: la sua psiche, vessata per anni da un ingiusto complesso di inferiorità, lo spingerà a compiere l'insano gesto.


Marx può aspettare sono le ultime parole che Camillo riuscirà a rivolgere a Marco, poche ore prima di farla finita. Camillo chiede al fratello di poterlo seguire a Roma, per tentare anche lui la carriera cinematografica. Non è molto spigliato ma è bello, aitante e piace parecchio alle ragazze, doti non secondarie per chi ambisce a diventare attore. Marco, inconsciamente (ma nemmeno troppo) invidioso dell' appeal del fratello, lo invita a non farsi illusioni e a proseguire gli studi, oltre a non trascurare l'impegno politico che Camillo aveva intrapreso (con poca convinzione) negli ambienti dell'estrema sinistra dell'epoca. Ma Camillo, prima ancora della politica, ha un demone che lo rode dentro che e di sicuro ha la precedenza sulle tesi marxiste... cerca il suo posto nel mondo, cerca un'accettazione famigliare che gli verrà duramente negata dalle parole di circostanza di Marco. La sua vita, si può dire, finisce lì.

Marco Bellocchio ci ha messo quasi cinquant'anni per elaborare la morte del fratello, e altri cinque per ricavarci un film. Un film, diciamolo, artisticamente bellissimo: ripercorrendo il suo rapporto con Camillo ci viene mostrata tutta la carriera di Marco, e ci viene spiegato quanto la tragedia di Camillo abbia influenzato la sua intera filmografia. Vedendo Marx può aspettare (che alterna alle voci dei protagonisti spezzoni di repertorio dei principali film di Marco) si può capire meglio ogni suo film (da I pugni in tasca fino a L'ora di religione, passando per Gli occhi, la bocca, Salto nel vuoto, Nel nome del padre e il dittico Sorelle-Sorelle Mai) e si può anche azzardare che Marx può aspettare sia in un certo senso il film-testamento di Marco, la chiave di lettura per decifrare una produzione artistica di enorme portata ma, spesso, anche di difficile comprensione. Vedendo Marx può aspettare ogni film di Bellocchio appare adesso molto più fruibile e cristallino, tanto che si sembra davvero di capire tutto... cosa che non ci saremmo mai azzardati di affermare prima d'ora.

Bravo Bellocchio, dunque. Applausi meritati. Palma d'oro onoraria meritatissima, a coronamento di una carriera straordinaria. E commozione sincera, autentica, vedendo il suo ultimo film.
Tutto a posto, quindi? Per quanto mi riguarda, non proprio.
Non proprio, perchè per quanto mi possa sforzare di fare "solo" il critico, di limitarmi a recensire un film - lo ripeto per la milionesima volta - bellissimo, non posso fare a meno di pensare a quello che è alla base del film stesso, ovvero la completa, consapevole, inaccettabile rimozione umana da parte di un'intera famiglia borghese e benpensante di un suo membro fragile, di un anello debole che cozzava contro le esistenze spavalde di tutti gli altri componenti, di un fratello (ma anche di un figlio) "colpevole" soltanto della sua diversità che nessuno aveva mai avuto il coraggio (o la voglia, o la scocciatura) di comprendere.

E' questo di cui non mi capacito.
E, per quanto mi riguarda, non può bastare un film bellissimo, seppur straziente e sincero, seppur concepito dopo cinquant'anni con grande sforzo e coraggio, per ripulirsi la coscienza.
Camillo è stato abbandonato al suo destino per tutta la vita, da tutti i suoi famigliari. Dai severi genitori, che non avevano capito niente di lui, condannandolo all'infelicità. Dal fratello maggiore, Piergiorgio, il grande e severo intellettuale di famiglia, che una scena rabbrividevole ammette candidamente di aver strappato il biglietto in cui Camillo spiegava le ragioni del suo gesto ("era il '68, c'era la polizia in ogni strada, e una confessione di suicidio in quegli anni era meglio farla sparire..."). Dall'altro fratello, Alberto, che altrettanto candidamente ammette di aver pianto di dolore solo quando ha visto il suo congiunto nella bara ("arrivavo direttamente da Parigi, reduce da uno splendido viaggio con la mia fidanzata di allora, ero al settimo cielo: ho realizzato solo quando ho sentito l'odore dei fiori putrefatti in chiesa..."). Dalle due sorelle, che ancora dopo cinquant'anni non escludono "che possa essere stato un'incidente...

E, naturalmente, da Marco stesso.
Marco, che con incredibile stupore (sincero?) apprende (o finge di apprendere?) da Alberto che Camillo gli aveva scritto una lettera, una lettera in cui il fratello gli chiedeva un parere riguardo un suo eventuale futuro nel mondo del cinema, come già detto sopra. Marco non si ricorda della lettera, Alberto gli dice che ne possiede una fotocopia, perchè "L'originale dovresti avercelo tu..." in quella lettera (forse) smarrita, dimenticata, c'è tutto il senso di colpa di Marco e di un film riparatore tardivo, sofferto, con cui uno dei più grandi registi italiani (forse il più grande tra quelli ancora in vita) prova ad scrollarsi di dosso un fardello che si porta sulle spalle da troppo tempo. Ma è tardi ormai per chiedere perdono a se stesso (più che agli spettatori), così come tardivo (e forse anche patetico) è il nemmeno troppo velato tentativo di scaricare parte delle responsabilità sugli altri membri della famiglia: "Io, almeno, ho fatto un film" - sembra volerci dire Bellocchio - "voi che avete fatto per essere a posto con la vostra coscienza?

Lo dico con grande amarezza:  vorrei aver mai visto Marx può aspettare. Perchè se da una parte mi ha confermato la grandezza artistica del suo Autore, dall'altra mi ha fatto parecchio ricredere sullo spessore umano di lui e, soprattutto, di quello di una famiglia culturalmente elevata ma umanamente poverissima. Continuerò a seguire ed apprezzare il cinema di Bellocchio (che a 82 anni, instancabile, sta ora girando la sua prima serie tv: si chiamerà Esterno Notte e farà da contraltare al suo Buongorno, notte, film del 2003 sugli anni di piombo) ma lo stimerò meno, molto meno come persona.
E forse, davvero, è molto meglio fare i critici piuttosto che gli appassionati.


6 commenti:

  1. Io dico meglio tardi che mai. E' vero, cinquant'anni sono una vita intera ma non è mai troppo tardi per chiedere scusa. Bellocchio ha avuto il coraggio di farlo e gliene va reso atto, anche perchè è stato l'unico dei suoi fratelli a prendere una decisione del genere. Gli altri sono ben peggio di lui.

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    1. Indubbiamente il comportamento del resto della famiglia di Bellocchio fa rabbrividire... specialmente quello dei fratelli maggiori. Io però non riesco a perdonare (o meglio a capire) nemmeno Marco: il fatto di aver girato questo film a 82 anni (quando ormai, nel bene e nel male, non si ha più nulla da chiedere alla vita) per me è un'aggravante, non un merito. Io la penso così.

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  2. Capisco il tuo sentimento: ci sono cose davanti a cui è davvero difficile soprassedere per fare i critici obiettivi e imparziali. Mi piace molto Bellocchio come regista, ma sono certa che, se vedessi il film, mi ritroverei nel tuo stesso stato d'animo. Oltretutto purtroppo nella mia storia familiare c'è un evento che in qualche modo richiama questo, per cui mi sarebbe proprio impossibile giudicare un film del genere in modo spassionato, valutando solo i meriti artistici. Apprezzo moltissimo la tua opinione, anche senza stellette.

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    1. Ti ringrazio davvero per la comprensione, perchè hai capito quello che volevo dire (e sono dispiaciuto per l'episodio familiare di cui parli). A volte penso che la fortuna di noi blogger sia proprio quella di poter scrivere quello che ci passa per la testa, senza dover sottostare alle convenzioni del pensiero critico. Vedo che la pensiamo allo stesso modo, e mi fa molto piacere.

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  3. Condivido con te il parere sull'importanza di questo film dal punto di vista testamentario, il contenere tutti, o quasi, i film del Maestro (è vero, trai i viventi è il più grande), ma sarei meno duro sul discorso morale. Ci sono delle cose che non tornano, certo, ma anche Camillo, pur fragile e con molte debolezze, molte crisi, sembrava essersi "sistemato", dopo la morte del padre, con la palestra e il lavoro di insegnante in quella. Più che dei fratelli, vedrei delle colpe nei genitori, che lo costrinsero a stare in camera con il "matto di famiglia" da bambino (dividendolo da Marco), un altro fratello problematico che gridava, e nella scelta di farlo studiare geometra. D'altro canto, Camillo, oltre ad essere il meno "bravo" negli studi, era, a vedere il film, il meno impegnato politicamente. Forse, se lo fosse stato, si sarebbe "salvato". Qui sta la tesi del film, il dire "Marx può aspettare" sembra una provocazione contro i fratelli "impegnati". Insomma, io l'ho visto diversamente questo film, pur comprendendo il dramma umano di Camillo, e certe fragilità che uno si porta dietro, e basta un attimo perché tornino a galla e ti distruggano ... se riuscirò, me farò un pezzo anche io.

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    1. I genitori hanno senz'altro le colpe maggiori, condivido: nel pezzo non ho menzionato (per motivi di spazio) la faccenda dell'altro fratello matto (peraltro rievocato splendidamente da Marco ne "L'ora di religione, nella celebre scena della bestemmia), però stiamo parlando di due anziani patriarchi vissuti in epoca difficile tra due guerre, di sicuro mentalmente condizionati dalla società bigotta dell'epoca. I fratelli maschi erano invece grandi intellettuali, persone colte e mature (parlo di Piergiorgio, Alberto e Marco) cui l'alibi dell'ignoranza certo non regge: tutti e tre non alzato un dito per salvare Camillo, e se almeno Marco ha provato a fare un mea culpa (girando un film, seppur tardivo) gli altri due non dimostrano il minimo turbamento, anzi...

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