sabato 23 ottobre 2021

ARIAFERMA


titolo originale: ARIAFERMA (ITALIA, 2021)
regia: LEONARDO DI COSTANZO
sceneggiatura: LEONARDO DI COSTANZO, BRUNO OLIVIERO, VALIA SANTELLA
cast: TONI SERVILLO, SILVIO ORLANDO, FABRIZIO FERRACANE, SALVATORE STRIANO, PIETRO GIULIANO
durata: 117 minuti
giudizio: 



In un carcere fatiscente e semideserto, ormai prossimo alla chiusura, le sorti dei dodici detenuti ancora reclusi si incrociano, umanamente e pericolosamente, con quelle dei pochi agenti rimasti di guardia




Il refrain che risuonava durante i giorni della Mostra del Cinema di Venezia (e che si ripropone adesso, in vista dell'uscita del film in sala) era sempre lo stesso, e abbastanza scontato: perchè Ariaferma non è stato inserito in Concorso anzichè relegato in una sezione collaterale? Vero è che a Venezia 78 c'erano già ben cinque film italiani in gara, ma è altrettanto vero che, a ben vedere, considerando tutti e ventuno i titoli della competizione ufficiale un posto per Ariaferma poteva benissimo starci... e non, badate bene, per un compromesso "politico" al ribasso, ma perchè Ariaferma è una pellicola di assoluto valore e avrebbe meritato davvero una vetrina più ampia, indipendentemente dal tifo di bandiera.

Terzo lungometraggio di finzione di Leonardo di Costanzo (dopo L'intervallo e L'intrusa, se non li avete visti vi invito a recuperarli), Ariaferma poggia le basi del suo valore artistico su due robuste fondamenta: la prima, la più ovvia anche per lo spettatore meno cinefilo, è la straordinaria bravura dei suoi interpreti (Toni Servillo e Silvio Orlando su tutti, ma anche gli altri attori - tra cui Fabrizio Ferracane e Pietro Giordano - sono degni comprimari), la seconda è la comprovata abilità del suo regista nel saper girare in luoghi angusti e sospesi, creando atmosfere tese e claustrofobiche che, in senso lato, ben riflettono lo stato d'animo di tutti i protagonisti.

Ariaferma
è infatti tutto girato in interni, dentro un carcere vetusto e fatiscente, ormai in dismissione, situato in una località (volutamente) imprecisata della nostra penisola a rimarcare l'universalità del racconto. In questo non-luogo, a pochi giorni dal definitivo abbandono, i dodici detenuti ancora reclusi si vedono rimandare il previsto trasferimento in una struttura più moderna a causa di lungaggini burocratiche, alimentando così una situazione già parecchio difficile per i pochissimi agenti
rimasti di guardia. 

Così, in questo clima surreale, in questo pericoloso gioco tra guardie e ladri, carnefici e vittime, buoni e cattivi, si consumano giorni di aspra tensione e lunghi coltelli (non solo figurati) dove solo grazie al buonsenso di tutti e a taciti e vietatissimi compromessi si riuscirà (forse) a raggiungere un fragile equilibrio tra ragione e follia, evitando drammatiche conseguenze. Lo si raggiungerà prima sovvertendo e adattando regole assurde, punitive e controproducenti, poi (grazie a ciò) instaurando un delicato rapporto di fiducia tra esseri umani (liberi o prigionieri).

Vedendo l'incipit di Ariaferma la prima sensazione potrebbe essere quella di trovarci di fronte al classico film d'attori, una specie di passerella per grandi interpreti ingabbiati dentro gli schemi piuttosto stereotipati del prison-movie. Invece no, il film di di Costanzo si sviluppa in modo sorprendente e per nulla manicheo, scomodando accezioni altissime e inusitate: le storie dei Dodici detenuti (come gli Apostoli), che si dipanano per tre lunghissimi e difficili giorni di Passione, per trovare compimento - spoiler! - nella lunga scena della Cena, probabilmente l'Ultima tra quelle mura e in quello stile, rimandano a un tentativo (per me riuscito) di conferire alla pellicola un afflato mistico che ben si adatta alle vicissitudini di un pugno di uomini, poco importa se "buoni" o "cattivi", paradossalmente dimenticati da Dio in un posto così lugubre e costretti ad avere fede (e fiducia) null'altro che in loro stessi.

Ariaferma
è un film coraggioso, misurato, essenziale, efficace nel mostrare senza alcuna retorica lo stato (pessimo, ma lo sapevamo) del sistema carcerario italiano, evitando però (giustamente) di assumere posizioni troppo schierate per non giocarsi la credibilità. Non è un film di denuncia, ma una fotografia molto plausibile della situazione. E direi anche oltre: è una notevole riflessione sul diritto e sulla morale carceraria, sul concetto di pena e rieducazione. La battuta-chiave del film è quella che durante un breve battibecco si scambiano i due protagonisti, il capo della polizia Gargiulo (Toni Servillo) e il pluripregiudicato La Gioia (Silvio Orlando):
"Ispettore, è dura stare in carcere, eh?"
"La Gioia, sei tu che sei in galera, non io"
"Davvero? Non me n'ero accorto..."

 
Perchè il carcere annienta tutti, buoni o cattivi.

10 commenti:

  1. come nel titolo del primo film anche qui c'è un intervallo, una situazione diversa, un'attesa...

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    1. ... e anche "L'intervallo" era un gran bel film!

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  2. La dimostrazione di come si può fare un gran bel film spendendo due spiccioli. Attori davvero straordinari e regia di classe. Uno dei migliori film italiani dell'anno.

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    1. Esatto. Mi sento poi di poter dire che quando si ha a disposizione un cast del genere tutto diventa più facile!

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  3. Aspettavo questa recensione, è un film sontuoso e tesissimo, ancora una volta grande cinema italiano.
    Buona domenica.
    Mauro

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    1. La tensione è presente dall'inizio alla fine, le due ore volano. E il film resta, eccome.
      Buona settimana caro Mauro!

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  4. Ti dirò, tra tutti i film italiani in sala adesso era quello che meno mi ispirava, ma ora dato che ne parlano tutti bene mi toccherà andare! :) Avrai presto mie notizie ;)

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    1. Eh sì, ti toccherà proprio!! Ti aspetto al varco;)

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  5. Eccomi qua! Visto, finalmente! E ovviamente devo ricredermi: gran bel film, forse il miglior film italiano dell'anno (si può dire?) con un gran bel match di bravura tra Servillo e Orlando. Per me finisce in pareggio: strepitosi entrambi! :)

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    1. Si può dire tutto, e non sei sola nel dirlo :)
      Buon weekend!

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