sabato 17 settembre 2022

IL SIGNORE DELLE FORMICHE


titolo originale: IL SIGNORE DELLE FORMICHE (ITALIA, 2022)
regia:
 GIANNI AMELIO
sceneggiatura: GIANNI AMELIO, EDOARDO PETTI, FEDERICO FAVA
cast: LUIGI LO CASCIO, ELIO GERMANO, LEONARDO MALTESE, SARA SERRAIOCCO 
durata: 134 minuti
giudizio: 



Italia, 1968: l'intellettuale piacentino Aldo Braibanti viene condannato a nove anni di reclusione per aver "plagiato", ovvero sottomesso e manipolato contro la sua volontà, il giovane (seppur maggiorenne)  Giovanni Sanfratello (Ettore Tagliaferri, nel film). Rimarrà l'unico caso di condanna per plagio della storia italiana, reato con cui si volevano in realtà punire gli omosessuali dissidenti dell'epoca...  



Nell'Italia degli anni '60 il reato di plagio serviva in realtà come deterrente per punire i "diversi", in primo luogo gli omosessuali, la cui esistenza non veniva nemmeno contemplata dalla società patriarcale e maschilista dell'epoca.

"Mussolini non ha mai detto che essere froci è un reato, perchè altrimenti avrebbe implicitamente ammesso che i froci esistono"
, chiosa con amarezza un disilluso Elio Germano nei panni del giornalista de L'Unità incaricato di seguire il processo che vedeva imputato lo scrittore e ricercatore emiliano Aldo Braibanti, poi condannato a nove anni di reclusione (in seguito ridotti a due nei vari appelli) con l'accusa, ovviamente falsa, di aver "sottomesso" ai suoi insani istinti un suo giovane ammiratore e amante.

Quello a Braibanti fu l'unico caso di condanna per plagio della storia italiana: ad incastrarlo fu la famiglia del ragazzo i cui genitori, seppure il loro figlio fosse maggiorenne e consenziente nel voler essere il compagno di vita dello scrittore, denunciarono la relazione alle forze dell'ordine con il risultato di farlo rinchiudere in manicomio e sottoporlo per anni a devastanti elettroshock nel tentativo di "guarirlo" dalla sua omosessualità. Braibanti venne invece condannato e sbattuto in carcere come un criminale incallito dopo un processo-farsa dominato dal benpensantismo dei tempi, che avallò in pieno le deliranti tesi accusatorie del pubblico ministero, basate unicamente sul pregiudizio. 

Più di mezzo secolo dopo, Gianni Amelio ha sentito il bisogno di raccontare al mondo questa storia assurda di maschilismo, prevaricazione, solitudine, sofferenza, abbandono. Il caso Braibanti assume così una doppia valenza, diventando sia l'immagine di una società bigotta e malsana, che teme le diversità e le rifugge con disprezzo, sia un monito per il futuro, rivolto a una collettività più aperta all'inclusione e che non deve commettere gli errori di un passato dominato dal moralismo e dall'ignoranza delle persone (figlia anche di un fondamentalismo religioso da cui la Chiesa Cattolica, ancora oggi, fatica a prendere le distanze).

Il film di Amelio è una robusta e sentita opera di denuncia che indigna e commuove, e che ha il merito di non (s)cadere mai nella retorica spicciola. E' uno di quei film che, senza alcuna enfasi, ritengo sarebbe utile che fossero visti da più persone possibile, proprio per non dimenticare e non ricadere negli stessi errori, soprattutto alla luce di un ormai prossimo cambiamento politico che di sicuro non fa ben sperare riguardo la futura tutela di diritti umani anche elementari (le posizioni destrorse nei riguardi di aborto, immigrazione, cittadinanza, indirizzo sessuale sono - ahimè - note da tempo). 

Il Signore delle Formiche è un film cinematograficamente molto classico, solo "liberamente ispirato al caso Braibanti" (puntualizzazione importante per giustificare una ricostruzione non manichea ma comunque piuttosto "di parte" dei fatti accaduti, oltre che per non incorrere in strascichi penali: nel film solo il nome di Braibanti è rimasto autentico, mentre quelli degli altri personaggi sono stati tutti cambiati) che ha il suo unico (ma importante) limite nella ricostruzione politica dell'epoca, e in particolare sul ruolo del Partito Comunista Italiano, su cui è bene soffermarsi un attimo.

Chi ha studiato almeno un po' la storia italiana contemporanea, sa benissimo infatti che il PCI dell'epoca, pur posizionandosi politicamente agli antipodi del partito egemone e ultraconservatore di maggioranza, ovvero la DC, aveva comunque posizioni abbastanza "ambigue" nei confronti degli omosessuali, retaggio ovviamente dello scarso tessuto culturale e sociale del suo elettorato, radicato nelle masse popolari più povere e meno istruite e dunque soggette alla forte influenza della morale cattolica. Non c'è bisogno quindi di scomodare, come tanta critica poco onesta ha fatto, la clamorosa espulsione dal partito di Pier Paolo Pasolini (avvenuta peraltro molti anni prima, nel 1949) per evidenziare un comportamento molto meno "progressista" di quello che ci si sarebbe potuto aspettare dalla principale formazione di sinistra e di massa del paese, anche se dovrebbe essere addirittura superfluo sottolineare che questo atteggiamento va assolutamente e necessariamente inquadrato nel contesto storico e morale degli anni '60.

Detto questo, non si può però nemmeno accettare la ricostruzione delegittimatoria e fuorviante adottata da Amelio nel suo film, nel quale il PCI viene etichettato in maniera - questa volta sì - manichea come un partito ipocrita e sottilmente connivente con il bigottismo dei tempi (emblematica è la figura del cognato di Elio Germano nel film, un meridionale comunista che proprio non sopporta gli "invertiti", come li chiama lui...). E' infatti totalmente falsa la versione che L'Unità, il giornale del PCI, proibisse ai suoi collaboratori di scrivere e perfino utilizzare la parola "omosessualità" nei loro articoli: in realtà L'Unità fu l'unico giornale che seguì assiduamente e con dovizia di particolari il caso Braibanti, schierandosi apertamente dalla parte dell'imputato. Ma è risaputo da tempo che Amelio non sia un regista politicamente molto "allineato" a questa parte: lo testimoniano la comparsata abbastanza inutile nel film di Emma Bonino (come se fosse stata l'unica negli ultimi tempi ad essersi spesa per i diritti dei gay) e soprattutto la parzialissima, politicamente inaccettabile rappresentazione di Bettino Craxi nel precedente Hammamet. 

Rimanendo in campo strettamente cinefilo, merita comunque sottolineare la solita, impeccabile interpretazione di Luigi Lo Cascio nel ruolo del protagonista, anche se va detto che quella di Elio Germano, il cui personaggio-chiave rappresenta la coscienza politica del tempo, a mio parere è nettamente superiore.
 

7 commenti:

  1. Buon film, dalla struttura classica ma che riesce giustamente a indignare chi guarda. Ridurre tutto in politica francamente non mi pare il caso!

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    1. Non si tratta di "ridurre tutto in politica", semplicemente credo sia giusto in sede di recensione rimarcare certe cose che ritengo inesatte. Tutto qui.

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  2. Una volta si sarebbe detto un film "necessario" per l'argomento che tratta. Non entro nella querelle politica ma mi è sembrato davvero rigoroso e poetico. Mi è piaciuto proprio tanto. Sottolineerei anche la prova di Leonardo Maltese secondo me bravissimo

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    1. Hai ragione, non ho rimarcato la prova di Maltese: davvero un ottimo esordio in un ruolo per niente facile. Molto bravo.

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  3. Mi sono commosso vedendolo. Di più non riesco a dire. Lacrime sincere, ci tengo a precisarlo: niente di costruito. Lo so che non è un commento da "critico" ma è quello che mi ha smosso dentro.
    Un caro saluto, buonanotte.
    Mauro

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    1. Sono i commenti più belli questi, Mauro! Non devi scusarti di niente, anzi. Quando un film sprigiona certe emozioni (che sono sempre e comunque soggettive) nessuno può obiettare: anche questa è "critica", forse la migliore.
      Un abbraccio e buona settimana!

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  4. Ho chiesto a diverse persone "informate" sui fatti, tra cui per primo mio babbo: in casa nostra L'Unità era sempre presente (mio babbo era militante e diffusore) quindi diciamo che sapevo dove andare a parare... ;)

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