martedì 4 ottobre 2022

SICCITA'


titolo originale: SICCITA' (ITALIA, 2022)
regia: PAOLO VIRZI'
sceneggiatura: FRANCESCA ARCHIBUGI, PAOLO GIORDANO, FRANCESCO PICCOLO, PAOLO VIRZI'
cast: SILVIO ORLANDO, VINICIO MARCHIONI, CLAUDIA PANDOLFI, VALERIO MASTANDREA, TOMMASO RAGNO, EMANUELA FANELLI, SARA SERRAIOCCO, GABRIEL MONTESI, MAX TORTORA, ELENA LIETTI, MONICA BELLUCCI
durata: 123 minuti
giudizio: 



In una Roma dove non piove da tre anni, dove il Tevere è in secca e le blatte hanno invaso le case, storie di ordinaria (dis)umanità si intrecciano in una città ormai allo stremo, tra scontri di piazza, miseria, epidemie e lo strafottente cinismo delle classi abbienti.




Per usare un termine molto amato da quelli che ne sanno, Siccità di Paolo Virzì viene definito un film "distopico", ovvero ambientato in un presente alternativo e immaginario, in questo caso semi-apocalittico: la voce in sottofondo di un telegiornale ci informa che a Roma non piove da tre anni, l'acqua è razionata e distribuita giornalmente alla popolazione da autobotti sorvegliate dall'esercito, il Tevere è ormai completamente asciutto e gli scarafaggi hanno invaso la città, sospettati tra l'altro di veicolare agli uomini una strana malattia che porta alla morte nel sonno. Una situazione ingestibile, esplosiva, foriera di scontri di piazza e odio sociale, specialmente verso quelli che (come in ogni epoca) hanno i soldi e possono permettersi idromassaggi  e bella vita in resort esclusivi e blindatissimi, alla faccia dei "povery"... 

In questo contesto spaventoso assistiamo quindi al brulicare di una (dis)umanità naturalmente altrettanto spaventosa: un bodyguard spiantato (Gabriel Montesi) cerca soldi facili rubando Rolex alla sua ricca padrona (Emanuela Fanelli), all'insaputa della moglie incinta (Sara Serraiocco). Un attore in declino (Tommaso Ragno), ormai schiavo dei social, si atteggia a influencer mentre la sua ingenua compagna (Elena Lietti) sgobba in un supermercato per portare a casa almeno uno stipendio. Una dottoressa coraggiosa (Claudia Pandolfi) trascorre giornate intere in ospedale per fronteggiare l'epidemia, a differenza del marito inetto, un avvocato altezzoso (Vinicio Marchioni) che la tradisce con una sua ex compagna di liceo. Un anziano detenuto (Silvio Orlando) evade "suo malgrado" dal carcere e si mette in testa di ritrovare sua figlia che non vede da vent'anni. Un tassista depresso e strafatto (Valerio Mastandrea) vaga per la città in cerca di clienti, con i fantasmi dei suoi genitori (morti) che cercano di consolarlo. Un serioso climatologo padovano (Diego Ribon) riscuote un inopinato successo nelle sue ospitate in tv e si lascia travolgere dalla popolarità. A sua volta, un commerciante fallito (Max Tortora) cerca disperatamente di apparire in televisione per raccontare al mondo la sua storia.

Virzì ha concepito Siccità durante il primo lockdown per il Covid, quello del 2020, e l'impostazione risente chiaramente di quei mesi terribili: proprio il personaggio di Max Tortora, che non a caso chiude il film, è emblematico della fragilità dei nostri tempi: rappresenta il fallimento dell'utopia del welfare inclusivo, della politica integrazionista e solidale (diciamolo pure: di sinistra) che riduce un borghese a vivere in condizioni di indigenza a causa della stupidità degli uomini, gretti e insensibili ai cambiamenti climatici che devastano il pianeta. La doppia metafora su cui è costruito il film, la siccità e la malattia, intende metterci in guardia dai rischi di una visione egoistica e individualista del mondo (diciamolo pure: di destra) che rischia di ripercuotersi anche verso coloro che si sentono stoltamente intoccabili: così, un po' come accade ai mafiosi della Terra dei Fuochi nel casertano, che inquinano per sporchi traffici le terre dove loro stessi vivono, allo stesso modo in Siccità nemmeno le dimore di lusso dei "nuovi ricchi" vengono risparmiate dalle blatte che appestano ogni angolo della città, quasi come in un satanico contrappasso.


Siccità
condensa in poco più di due ore tutte le possibili brutture di un mondo molto più vicino al reale di quanto ci si immagini. C'è ben poco di "distopico" in questo spaccato di agghiacciante grettezza: uomini e donne paiono rassegnarsi a vivere in una città sporca, caotica, affollata, devastata dal caldo e dalla sete, dove all'aridità del territorio si aggiunge quella (sempre metaforica) dei suoi abitanti, che fanno la fila per una tanica di acqua buona e sono disposti a tutto pur di averla... Virzì, che all'inizio aveva probabilmente concepito il film come un'estremizzazione del pericolo pandemico, in seguito ha allargato lo sguardo al pericolo di una regressione sociale della comunità, favorita da un clima di incertezza, disperazione e rabbia, che finisce per annichilire soprattutto le nuove generazioni.

Va detto che non tutte le storie che si intrecciano nel film sono tratteggiate con la stessa abilità: Siccità è un film corale il cui cast annovera mezzo cinema italiano, ma la sceneggiatura di Francesca Archibugi, Francesco Piccolo, Paolo Giordano e lo stesso Virzì è piuttosto diseguale e alterna personaggi scritti benissimo (quello di Max Tortora, già citato, ma anche quelli di Orlando, Pandolfi e la sorprendente Fanelli, attrice "televisiva" che fino a ieri non conoscevo) ad altri che avrebbero meritato maggior approfondimento (come il climatologo "ammaliato" dalla bella vita e da una sempre ammaliante Monica Bellucci). Ad ogni modo, viste le ultime, quasi imbarazzanti opere precedenti del regista livornese (come lo sdolcinato Ella & John e soprattutto il terribile Notti Magiche) Siccità rappresenta il felice ritorno di Virzì a un cinema caustico, irriverente, certamente più "cinico" e concreto come quello dei primi tempi, e che più ci piace.

E' chiaro che sempre e comunque di commedia si parla (non aspettatevi certo Haneke o Von Trier... si scherza, eh!) ma la ritrovata vena sarcastica di Virzì si fa comunque apprezzare, soprattutto in un finale aperto che (spoiler!) lascia spazio a due interpretazioni opposte, a seconda del livello di "umanità" di chi guarda: la pioggia tanto attesa e liberatoria che arriva - finalmente! - nell'ultima scena, può essere intesa come una benedizione salvifica e pietosa verso un'umanità meritevole di essere salvata, nonostante tutto, oppure come una specie di diluvio universale pronto a sommergere un mondo ormai condannato irrimediabilmente alla rovina? Voi da che parte state?
 

5 commenti:

  1. Bellissima recensione letta di gusto, ma il film me lo risparmio, non mi attrae minimamente, già il presente è abbastanza drammatico di suo, realizzare un film così direi un po' scontato.
    👋

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    1. No dai, perché dici così?? Invece il film non è affatto scontato... Certo, non tutte le storie che si intrecciano hanno la stessa consistenza, però il modo e i temi trattati da Virzì sono assolutamente al passo con i tempi: è un film quasi più "neorealista" che distopico, che ti consiglio di vedere :)

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  2. Cinico ma anche emozionante: le ultime scene specie nel finale sono molto toccanti, in particolar modo l'ultima con Max Tortora. Mi è piaciuto molto.
    Buona serata.
    Mauro

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    Risposte
    1. Condivido Mauro. Max Tortora ottimo attore mai troppo considerato: e qui sa il fatto suo.

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